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domenica 27 novembre 2016

EUCARISTIA MATRIMONIO FAMIGLIA


 

Centro di Azione Liturgica (ed.), Eucaristia, matrimonio, famiglia (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – Sectio pastoralis 36), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2016. 182 pp.

 

Il volume raccoglie le relazioni della 66a Settimana Liturgica Nazionale, celebrata a Bari dal 27 al 30 agosto 2015.

 

1. Franco Miano – Giuseppina De Simone, La famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

2. Don Giorgio Mazzanti, “Senza la domenica non possiamo vivere”. L’incontro nuziale e fecondo di Cristo con la Chiesa.

3. Don Silvano Sirboni, “Senza la domenica non possiamo vivere”. Dai segni della liturgia nuziale alle dinamiche della vita matrimoniale.

4. S. E. Mons. Bruno Forte, Ogni celebrazione liturgica è una festa nuziale. La dimensione eucaristica della vita degli sposi e della famiglia.

5. Enzo Bianchi, L’Eucaristia della famiglia nel giorno del Signore.

6. Don Giulio Meiattini osb, P. Mariano Magrassi: un’eredità alla prova del tempo.

7. Lucia Miglionico – Giuseppe Petracca Ciavarella, Domenica, famiglia e riposo. Dalla Mensa Eucaristica alla mensa domestica.

8. Giulia e Tommaso Cioncolini, Dalla Mensa Eucaristica alla mensa domestica.

9. Luigi Passarello – Filippa Mancuso, Domenica, famiglia e riposo: dalla mensa eucaristica alla mensa domestica.

10. Don Paolo Gentili, Il tempo della prova.

11. Don Franco Magnani, “Rese grazie”: il tempo del matrimonio.

12. Don Mario Castellano, Celebrare l’amore. Gesti, Parole, Segni nella Liturgia.

 

sabato 26 novembre 2016

DOMENICA I DI AVVENTO (A)


 
DOMENICA I DI AVVENTO (A)
 
Andiamo con gioia incontro al Signore
 
Is 2,1-5; Sal 121 (122); Rm 13,11-14; Mt 24,37-44
 
Il Sal 121 è uno dei più celebri e più appassionati canti delle ascensioni a Gerusalemme. E’ un saluto rivolto dai pellegrini alla città santa, e riflette l’emozione che provavano i pellegrini ogni volta che giungevano in vista della città, sede del tempio, luogo sacro della presenza di Dio. In questa domenica I di Avvento, ricordiamo che noi tutti siamo in cammino verso la Gerusalemme celeste e ne esprimiamo la gioia quando diciamo col salmista: “Quale gioia, quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore»”. All’inizio dell’Anno liturgico siamo invitati a riprendere con rinnovato coraggio il nostro cammino verso la patria del cielo, nel gioioso contesto di comunione e di pace di cui parla il salmo, ma anche in attesa vigilante del Signore che viene.
 
L’Avvento ricorda le due venute del Signore e le mette in intimo rapporto, la prima nel mistero della incarnazione e la seconda alla fine dei tempi: “Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (prefazio dell’Avvento I). Questa I domenica è tutta quanta incentrata sulla venuta del Signore alla fine dei tempi, alla quale siamo invitati a prepararci. Quando facciamo delle scelte nella vita di ogni giorno, le facciamo avendo davanti l’immagine di un futuro che intendiamo raggiungere: economico, sociale, culturale, ecc. Oggi siamo invitati a farle guardando anche al futuro di Dio, di un Dio che è venuto, viene e verrà per noi.
 
Il brano evangelico raccoglie alcune parole di Gesù in cui egli afferma che l’incontro con lui alla fine del nostro pellegrinaggio terreno sarà improvviso e inatteso. Il testo evangelico è tutto focalizzato sull’incertezza del quando, che viene ripetuta tre volte: “vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà […] se il padrone di casa sapesse a quale ora […] nell’ora che non immaginate…”. Siamo invitati quindi a risvegliare in noi uno spirito vigilante. Non si tratta di una vigilanza passiva e inoperosa, ma attiva e dinamica; dobbiamo andare incontro al Cristo che viene e dobbiamo farlo “con le buone opere” (colletta). Tutta la vita deve essere una preparazione prolungata e fedele ad accogliere Cristo che viene. Un messaggio simile lo troviamo nella prima lettura, in cui il profeta ci esorta a percorrere il nostro cammino “nella luce del Signore”. Nella lettura apostolica, san Paolo, riprendendo il simbolismo della luce e, dopo aver ricordato che siamo nella notte in attesa dell’alba luminosa dell’avvento di Cristo, ci invita a svegliarci perché il giorno della salvezza è vicino. In questo contesto, l’Apostolo aggiunge che dobbiamo gettare via le “opere delle tenebre” e comportarci “come in pieno giorno”. Il futuro verso il quale camminiamo deve innestare nel presente la tensione per l’impegno nei valori che, vissuti nel presente, conducono al possesso di quelli futuri e definitivi. Ogni attimo della nostra vita è impastato di eternità. Perdere la memoria del futuro equivale ad appiattire il presente. Il cristiano essendo un uomo di memoria, è un uomo di attesa. La nostra esistenza di credenti è destinata a svolgersi, come è naturale, in seno alla storia concreta degli uomini ma allo stesso tempo è chiamata a far lievitare la storia con la novità della speranza, cioè con la fede nel progetto di salvezza che Dio compie nella storia.
 
La partecipazione all’eucaristia è “pegno di salvezza eterna” (orazione sulle offerte), ci sostiene nel nostro cammino e ci guida ai beni eterni (cf orazione dopo la comunione).
 

giovedì 24 novembre 2016

AD PRISTINAM SANCTORUM PATRUM NORMAM


 

Quaderno N°3995 del 10//12/2016 - (Civ. Catt. IV 417-520 )

Articolo

 

LA RIFORMA LITURGICA A 50 ANNI DAL VATICANO II. «PARLARE DI "RIFORMA DELLA RIFORMA" è UN ERRORE»
Cesare Giraudo S.I.

Rinunciando ad assumere il messale di Pio V come punto di partenza, è possibile vedere nel messale di Paolo VI la realizzazione del sogno di Pio V, quello cioè di riportare il messale ad pristinam sanctorum Patrum normam. È dalla tradizione dei Padri che occorre procedere per una corretta ermeneutica della continuità. «Parlare di “riforma della riforma” è un errore», ha detto di recente papa Francesco. Considerando dunque impossibile aderire all’appello a riorientare gli altari verso l’abside, come qualcuno ha suggerito, nell’articolo vengono sottolineate due urgenze: il recupero della dimensione sacrale della liturgia e l’impegno per la formazione liturgica. La riforma liturgica è da curare meglio, ma non certo da sopprimere.

© Civiltà Cattolica pag.432-445

domenica 20 novembre 2016

I MIRACOLI EUCARISTICI


 

I miracoli eucaristici nel mondo (Collana Il Figlio), Shalom 2016. 363 pp.

 

Prefazione

 

Alcuni anni fa pubblicai una ricerca sui miracoli eucaristici, ma, con mia grande sorpresa, ricevetti una lettera che contestava la documentazione raccolta, perché sosteneva che i “sanguinamenti” eucaristici erano frutto di un’epoca ingenua e facilmente portata a costruire prodigi.

Soffrii non poco per questa affermazione. E il motivo era semplice: le cose non stavano così; i fatti parlono inequivocabilmente.

 

Padre Pio, uomo del ventesimo secolo, non è stato un vivente miracolo eucaristico? La sua straordinaria esistenza è tutta legata all’Altare, alla Messa, al Sangue.

E chi può affermare che Padre Pio sia stato soltanto un’invenzione di ingenui e di visionari del ventesimo secolo?

 

Teresa Neumann, morta nel 1962 e quindi in pieno secolo ventesimo, si è nutrita per tredici anni... soltanto di Eucaristia. Commissioni di medici si sono alternato accanto a lei ed hanno vigilato giorno e notte: alla fine, hanno dovuto riconoscere il fatto umanamente inspiegabile

Anche questo è un miracolo eucaristico: chi può negarlo?

 

Marthe Robin, morta nel 1981, per cinquantatré anni si è nutrita esclusivamente di Eucaristia e, talvolta, tra lo stupore dei testimoni, ella non potendo più deglutire, aspirava l’Eucaristia in un gesto di profondo amore verso Gesù presente nel Santissimo Sacramento.

Jean Guitton, celeberrimo pensatore, riguardo a Marthe Robin scrisse: “La donna che mi appresto a ritrarre era una contadina della campagna francese. Una donna che forse fu l’essere più trano, straordinario e sconcertante della nostra epoca. Dal primo incontro con lei ebbi il presentimento che un giorno non avrei potuto fare a meno di parlare di lei”. Perché? Per il semplice fatto che la sua vita è un clamoroso prodigio... legato alla Santissima Eucaristia.

 

Queste pagine, con molta sobrietà, descrivono e lasciano parlare tanti miracoli eucaristici: vale la pena di leggerle... per ascoltare il grido di amore di Dio che risuona in ogni celebrazione eucaristica.

Oggi... come ieri!

                                                                           + Angelo Comastri
                                                        Vicario del Papa per lo Stato della Città del Vaticano

venerdì 18 novembre 2016

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 20 Novembre 2016 - CRISTO RE DELL'UNIVERSO

 

2Sam 5,1-3: Tu pascerai il mio popolo Israele

Sal 121 (122): Andremo con gioia alla casa del Signore

Col 1,12-20: Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa

Lc 23,35-43: Costui è il re d’Israele

 

Il Sal 121 è un saluto gioioso e fiducioso rivolto alla città santa dai pellegrini giunti alle porte di Gerusalemme. Per ogni israelita, Gerusalemme e il suo tempio, luogo sacro della presenza di Dio, rappresentavano l’incontro e la straordinaria comunione che si era stabilita tra Israele e il suo Signore. Riappropriandoci di questo salmo, i cristiani esprimiamo la volontà di percorrere il nostro cammino verso la Gerusalemme celeste.

 

L’anno liturgico si chiude con questa domenica, dedicata a Cristo re dell’universo, chiave di lettura del mondo e della storia. In concreto, la solennità odierna propone la regalità di Cristo nella sua luce biblica e non in quella sociologica. Bisogna quindi evitare le ambiguità che hanno talvolta caratterizzato questa festa in un passato non lontano. Il dominio regale di Cristo si esercita sull’universo e sugli individui piuttosto che sulle società. Infatti, le letture bibliche insistono sull’aspetto escatologico, e cioè ultraterreno e spirituale della regalità di Cristo. “Il Regno non si compirà attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677).

 

La prima lettura narra l’unzione di Davide consacrato a re d’Israele. La figura di Davide prefigura quella di Cristo, l’Unto per eccellenza (cf. I Vespri, ant. Al Magn.). La dimensione universale e cosmica della regalità di Cristo è celebrata in modo particolare nell’inno della Lettera ai Colossesi che ci viene proposto come seconda lettura: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui [Cristo] e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono”. Tra l’inno paolino e la descrizione della crocifissione di Gesù corre un abisso, a prima vista inconciliabile. Infatti, il brano del vangelo ci ricorda che Gesù esercita il suo dominio non tramite la forza, ma nella debolezza della croce. Il potere che Cristo rivendica sull’uomo non è di mondana potenza, ma proposta di valori liberanti, ai quali chiede un’adesione libera e personale promettendo a colui che li accoglie, come al buon ladrone del vangelo, la partecipazione al suo regno: “oggi sarai con me nel paradiso”.

 

Il regno di Cristo si stabilisce in “ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato” (colletta). Se vogliamo quindi che Cristo re eserciti il suo potere sul mondo, dobbiamo anzitutto far sì che il suo regno si stabilisca dentro di noi, nelle profondità del nostro essere, da dove prende origine la nostra espressione, la nostra parola, le nostre opere e il nostro dinamismo interiore. Cristo regna nei nostri cuori quando “viviamo secondo la verità nella carità e cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Cristo” (Lodi mattutine, lettura breve: Ef 4,15).

 

La celebrazione eucaristica anticipa in noi i doni del regno di Dio. Già nell’Antico Testamento la comunione tra Dio egli uomini, che caratterizzava l’avvento definitivo del Messia e del suo regno, viene rappresentata con l’immagine di un banchetto sacro al quale il Dio di Israele inviterà tutti i popoli.

lunedì 14 novembre 2016

Sant’Alberto Magno, Vescovo e Dottore della Chiesa (15 novembre)


 

Alberto nacque a Baviera nel 1206. A 16 anni si recò a Bologna, dove diventerà domenicano. E’ stato filosofo e teologo, assiduo ricercatore del rapporto tra scienza e fede. Insegnò in diversi centri della Germania, e infine a Parigi, dove ebbe come discepolo san Tommaso d’Aquino. Ordinato vescovo di Ratisbona (1260), fu promotore di pace nella vita civica e sociale, ma dopo due anni diede le dimissioni e ritornò ai suoi prediletti studi. Morì a Colonia il 15 novembre del 1280. Sia nel Messale Romano 1962 che nel Messale Romano 2002, è celebrato nel suo dies natalis.

 

Colletta del MR 1962:

Deus, qui beatum Albertum, Pontificem tuum atque Doctorem, in humana sapientia divinae fidei subicienda magnum effecisti: da nobis, quaesumus; ita eius magisterii inhaerere vestigiis, ut luce perfecta fruamur in caelis.

 

Colletta del MR 2002:

Deus, qui beatum Albertum episcopum in humana sapientia cum divina fide componenda magnum effecisti, da nobis, quaesumus, ita eius magisterii inhaerere doctrinis, ut per scientiarum progressus ad profundiorem tui cognitionem et amorem perveniamus.

 

“O Dio, che hai reso grande il vescovo sant’Alberto nel ricercare l’armonia tra la sapienza umana e la verità rivelata, fa’ che illuminati dal suo insegnamento, attraverso il progresso scientifico possiamo crescere nella tua conoscenza e nel tuo amore”

 

Notiamo che nella colletta del MR 2002 si invoca Dio che ha reso grande sant’Alberto nel ricercare l’armonia tra la sapienza umana e la verità rivelata (…humana sapientia cum divina fide componenda…). Invece, il testo del MR 1962 invoca Dio che ha reso grande sant’Alberto nel “sottomettere” la sapienza umana alla verità rivelata (…humana sapientia divinae fidei subicienda…).  E’ evidente l’influsso che ha avuto il Vaticano II nella riforma del testo: la Costituzione Gaudium et Spes riconosce “la legittima autonomia della cultura e specialmente delle scienze” (n. 59); non si tratta quindi di contrapporre o di sottomettere,  ma di armonizzare

domenica 13 novembre 2016

IL VALORE DEL GESTO


 

Frequentemente il gesto è considerato come la traduzione corporea di un’intenzione o un ragionamento che lo precede: “Voglio manifestarti il mio bene, potrei dirtelo, scriverlo, ma decido di raffigurare questo mio pensiero spiegandolo con una carezza”. Niente di tutto questo. I gesti non sono spiegazioni di pensieri, ma pensieri e desideri nella loro più originaria forma corporea; non sono espressioni al seguito di una precedente riflessione, ma prime intenzioni del nostro corpo, aventi proprietà e sfumature che nessuna parola o nessuno scritto riusciranno a rendere. “Abbracciare” è ben più di dire o scrivere “ti voglio bene”. Uno schiaffo sul volto è decisamente più pesante di offernsivi insulti scritti o verbali. Nei gesti troviamo non solo il corpo che ingenuamente si esprime, appunto, grazie al “corporaggio”, poiché essi sono il risultato dell’educazione (“saluta!”, “non mettere le dita nel naso!”, “non gridare!”) e quindi della trasmissione della tradizione gestuale di una famiglia, come del resto sono influenzati dal costume tipico di una società.

 

Fonte: G. C. Pagazzi, Questo è il mio corpo. La grazia del Signore Gesù, EDB 2016, 61.