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domenica 25 dicembre 2016

IL «NOI» E L’«IO» NELLA LITURGIA


 
Si può dire che la liturgia usa prevalentemente il noi non perché esclude l’io o vi si contrappone, ma perché lo include. Anzi, nei momenti centrali e culminanti dei sacramenti o della professione della fede fa appello esplicitamente all’io (o al tu) e, insieme, lo inserisce in un contesto intersoggettivo in cui ritrova la sua dimensione più propria. Questo è ciò che il linguaggio codificato della liturgia prefigura. In esso il soggetto peronale prende posto e si insedia assumendo e consentendo a ciò che il rito predispone. L’esperienza che l’interazione rituale intende promuovere divent anche la sua personale esperienza, nel momento in cui con il proprio “Amen” si insedia nel posto relazionale che gli è assegnato e che lo accomuna agli altri celebranti.

Rimane però anche un altro modo dell’io di appropriarsi dell’esperienza liturgica, testimoniato più fortemente e oggi in modo rilevante nel linguaggio di libera creazione: qui è l’io che si auto-pone, per introdurre nel rito qualcosa della sua esperienza, del suo mondo, qualcosa che gli permetta di personalizzare l’azione liturgica e di riconoscersi in ciò che fa.

Si tratta di due strategie diverse, in parte dialettiche, tanto necessarie quanto limitative se vissute in modo unilaterale e distorto: si può rischiare il formalismo di un linguaggio asettico, freddo, non caratterizzato e non caratterizzante; ovvero l’intimismo o la deriva verso un linguaggio privato, troppo autoreferenziale.

Il fatto che oggi si patisca molto la fatica di appropriarsi del linguaggio codificato della liturgia, e si scivoli più facilmente verso caratterizzazioni personali del linguaggio, fa pensare che la strategia del libro liturgico non sia sempre efficace, o che per lo meno non lo sia facilmente nel contesto attuale. Non sarà vano un lavoro formativo che aiuti i fedeli a cogliere questa funzione propria del linguaggio rituale e a “sentire” la sua capacità e la sua forza in ordine a promuovere una determinata esperienza di vita cristiana. D’altra parte, può far riflettere il fatto che la pietà popolare, nella quale sarebbe prevalente la forma delle preghiere “io” rispetto alle preghiere “noi”, abbia in realtà molte altre strategie (legate a contesti e a linguaggi non verbali) con cui il coinvolgimento personale non rimane necessariamente individuale, ma si incontra nella condizione di comuni percorsi. Il modo stesso di celebrare la liturgia potrebbe giovarsi di questo confronto con la religiosità popolare.

Forse anche per la liturgia non è sufficiente ribadire il suo valore di ecclesialità, né predisporre un linguaggio che in qualche modo lo preveda e lo manifesti. Occorre in ogni caso prendere maggiormente in considerazione l’esigenza di inserimento dell’io nell’interazione celebrativa, valorizzando quelle strategie di coinvolgimento che il linguaggio (sia verbale sia non verbale) è in grado di fornire e che rispondono a tale esigenza della fede. E ciò, proprio perché sia più vero e autentico il porsi del soggetto ecclesiale della celebrazione.

Fonte: Luigi Girardi, “Il soggetto individuale nel linguaggio liturgico attuale”, in R. Tagliaferri – A. Terrin (edd.), La pastoralità e la questione dell’individuo nella liturgia, Centro Liturgico Vincenziano, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2016, 236-238.