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sabato 30 aprile 2016

DOMENICA VI DI PASQUA (C) – 1 Maggio 2016


At 15,1-2.22-29: E’ parso bene allo Spirito Santo e a noi…
Sal 66 (67): Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti

Ap 21,10-14.22-23: La gloria di Dio illumina [la città] e la sua lampada è l’Agnello
Gv 14,23-29: Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa
           

Nella città terrena ci sono i contrasti, le divisioni, il bisogno di confrontarsi e di costruire il consenso talvolta con fatica. La città celeste è invece tutta compatta, unita. Ecco perché la città terrena con le sue strutture, i suoi monumenti e i suoi templi è destinata a perire. Tuttavia, come abbiamo visto la domenica scorsa, la città celeste pur essendo eterna affonda le sue radici nella fragilità della città terrena. Tra le due città c’è corrispondenza e coerenza. Ce lo ricorda il brano evangelico. Mentre sta per lasciare i discepoli, Gesù promette di inviare ad essi lo Spirito Santo: “… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Compito dello Spirito è dunque “insegnare e ricordare” tutto ciò che il Cristo ha detto: non un ricordo ripetitivo, ma un ricordo di approfondimento, creatore di nuovi sviluppi e di rinnovate applicazioni nella fedeltà all’unica esperienza salvifica realizzatasi in Cristo. E’ quindi lo Spirito che ci guida verso la città celeste, è lui a garantire il cammino nella storia della comunità terrena dei discepoli di Gesù. Vediamo infatti che gli apostoli radunati a Gerusalemme in assemblea hanno la consapevolezza di prendere le loro decisioni guidati dallo Spirito: “E’ parso benne allo Spirito Santo e a noi…”           
 
Vicini alla Pentecoste, siamo invitati a riflettere sulla presenza dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. E’ lo Spirito che dà slancio alla Chiesa terrena e la indirizza verso i valori definitivi della città celeste. Dimentichi dell’azione dello Spirito, siamo talvolta tentati di banalizzare la vita cristiana riducendola a formule e leggi.

venerdì 29 aprile 2016

SAN PIO V, papa (30 aprile)


Michele Ghislieri nacque a Bosco Marengo (Alessandria) nel 1504, e morì a Roma il 1 maggio 1572. Entrò nell’Ordine dei Predicatori a quattordici anni; fu successivamente professore, predicatore, priore, provinciale, commissario generale dell’Inquisizione romana (1550), vescovo e carndinale, nel 1566 eletto papa. Operò per la riforma della Chiesa sulle linee tracciate dal Concilio di Trento. Pubblicò i nuovi testi del Breviario (1568), del Messale (1570), e il Catechismo romano del Concilio di Trento (1566). Nel suo governo si urtò con alcuni sovrani cattolici, tra cui  Elisabetta I di Inghilterra che scomunicò nel 1570. Organizzò la Santa Alleanza con la Spagna e Venezia , fino ad ottenere la vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571). Fu sepolto nella Basilica Vaticana. Il 9 gennaio 1588 le sue spoglie furono trasferite nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La celebrazione della memoria di Pio V, morto il 1 maggio, nel MR 2002 è anticipata al giorno precedente per la coincidenza con la celebrazione di s. Giuseppe lavoratore. Nel MR 1962, san Pio V si celebra il 5 maggio, come Festa III classis .
Colletta del MR 1962:

Deus, qui, ad conterendos Ecclesiae tuae hostes et ad divinum cultum reparandum, beatum Pium Pontificem maximum eligere dignatus es: fac nos ipsius defendi praesidiis et ita tuis inhaerere obsequiis; ut, omnium hostium superatis insidiis, perpetua pace laetemur.

Colletta del MR 2002:

Deus, qui in Ecclesia tua beatum Pium papam ad fidem tuendam ac te dignius colendum providus excitasti, da nobis, ipso intercedente, vivida  fide ac fructuosa caritate mysteriorum tuorum esse participes.

“O Dio, che hai scelto il papa san Pio V per la difesa della fede e il rinnovamento del culto liturgico, concedi anche a noi di partecipare con vera fede e carità operosa ai tuoi santi misteri.

La colletta del MR 2002 ha cancellato ogni riferimento ai nemici (hostes) della Chiesa, di cui parla due volte la colletta del MR 1962, ma l’espressione secondo cui Pio V è stato scelto papa da Dio per la  “difesa della fede” (ad fidem tuendam) del Messale dii Paolo VI, dice praticamente lo stesso in modo positivo. La colletta del MR 2002 sviluppa l’operato di Pio V nel campo liturgico e ricorda non solo l’opera di rinnovamento ma nella supplica si chiede che il Signore ci conceda “di partecipare con vera fede e carità operosa ai santi […] misteri”. In queste parole echeggia lo spirito  di continuità nella riforma che anima la Costituzione Sacrosanctum Concilium  e la conseguente riforma liturgica. 

domenica 24 aprile 2016

TROPPO ZELO…



Nicola Bux, Con i sacramenti non si scherza, Cantagalli, Siena 2016. 223 pp.

Tra gli “intenti” del prof. Bux nello scrivere questo volume, c’è quello di affrontare “il problema odierno nella Chiesa, il dissenso sulla natura della liturgia” (p. 14). Già in queste parole si percepisce lo spirito di “crociata” che anima le pagine del libro.

Mi soffermo qui solo su alcune affermazioni dell’autore nell’ambito della celebrazione eucaristica.

“Il latino in quanto lingua ‘sacra’ ha una potenza comunicativa, in quanto è adoperata all’interno di un atto sacro…” (p. 42). Se la sacralità del latino dipende dal fatto che è adoperata all’interno di un atto sacro, ciò sarebbe valido anche per qualsiasi altra lingua adoperata all’interno di un atto sacro. La Costituzione Sacrosanctum Concilium non parla del latino come lingua “sacra”. Nella stessa pagina l’autore parla di un fraintendimento della participatio actuosa da parte dei fautori delle lingue parlate. Noto però che la partecipazione passa attraverso il segno e quindi anche attraverso la lingua adoperata. Ricordo inoltre che la Costituzione liturgica vuole che i riti (parole e gesti) “siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli”. Mi sembra quindi fuori posto l’affermazione del Bux in questa stessa pagina quando dice: “Bisogna interrogarsi seriamente circa la disobbedienza verso il concilio ecumenico Vaticano II”.

Dopo aver affermato giustamente che tra il sacerdozio battesimale e quello ministeriale vi è distinzione di essenza e non solo di grado, l’autore dice: “infatti i fedeli partecipano attivamente alla celebrazione eucaristica ma non la celebrano” (p. 87). Basterebbe citare il Catechismo della Chiesa Cattolica per capire la falsità di questo ragionamento: “L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati” (CCC n. 1141). Questa affermazione non annulla la mediazione necessaria del sacerdozio ministeriale. Un’assemblea eucaristica esiste solo se presieduta  da un ministro ordinato, vescovo o presbitero.

Sul rapporto sacrificio/banchetto nell’Eucaristia, l’autore afferma: “Se nel ‘600 la messa veniva vista più come adorazione che come rendimento di grazie per il sacrificio di Cristo, oggi siamo in presenza di un altro eccesso: la messa vista unicamente come banchetto, non anche come sacrificio” (pp. 105-106). Questo “unicamente” dovrebbe essere documentato; non è riscontrabile né nei libri liturgici del dopo Vaticano II né nei trattati di teologia pubblicati in questi anni. La sottolineatura della dimensione conviviale dell’Eucaristia non solo non cancella quella sacrificale, ma aiuta a capire quest’ultima nella sua vera ricchezza.

“Bisognerebbe rimettere il tabernacolo al centro, perché le persone siano aiutate a comprendere che la chiesa è il luogo della presenza del Signore, non un aula da usare solo quando ci si raduna per la liturgia…” (p. 106). Come la mettiamo con le grandi basiliche romane? Non ha anche un senso creare uno spazio ad hoc (dove ciò sia possibile), per la conservazione del Ss.mo Sacramento? In molte chiese costruite in questi anni c’è la cosiddetta cappella feriale, uno spazio adatto per questo scopo.

Vi sono altre prese di posizione del prof. Bux, che meriterebbero qualche precisazione, come l’accanimento che egli dimostra, al seguito di A. Schneider, contro la comunione ricevuta sulla mano… (pp. 99-101), un uso documentato fino al secolo IX! Ma mi fermo qui. Mi sembra che affrontare in questo modo gli abusi nell’ambito della celebrazione liturgica impoverisce la concezione stessa della liturgia riformata dopo il Vaticano II. Certamente gli abusi vanno combattuti, ma non a scapito degli usi. Le “novità” introdotte dalla riforma di Paolo VI vanno accolte, spiegate se necessario, ma non combattute.  Non si butta il bambino insieme con l’acqua sporca.

m. a.

sabato 23 aprile 2016

DOMENICA V DI PASQUA (C) – 24 Aprile 2016


At 14,21b-27: Paolo e Barnaba esortano i discepoli del Signore a “restare saldi nella fede”
Sal 144 (145): Benedirò il tuo nome per sempre, Signore
Ap 21,1-5°: Ecco, io faccio nuove tutte le cose
Gv 13,31-33a.34-35: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi         
Il Tempo di Pasqua è un tempo di rinascita della vita. Perciò si addice a questo periodo dell’anno la riflessione sulla novità cristiana. Questo potrebbe essere l’argomento unificatore delle tre letture bibliche proclamate oggi.
 
La prima lettura parla delle nuove comunità di cristiani, le prime che sotto l’azione dello Spirito e per mezzo della predicazione di san Paolo e san Barnaba sorgono al di fuori del mondo strettamente ebraico. Il brano evangelico ricorda che queste e le altre comunità cristiane sono chiamate ad esprimere il comandamento nuovo dell’amore vicendevole. La seconda lettura ci rivela una umanità trasfigurata, la comunità futura, in cui la novità cristiana sarà pienamente realizzata, una comunità in cui “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”. Bandito tutto ciò che di negativo avvilisce la vita dell’uomo, si apre il rinnovamento messianico in una comunione faccia a faccia con Dio, in una pienezza di vita individuale e comunitaria. La comunità presente e quella futura sono, però, raccordate da un dato comune, l’amore, di cui ci parla Gesù nel brano evangelico. Si diventa cittadini della città futura in forza dell’amore. E’ per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto il simbolo della “sposa”.  
 
In ogni caso, però, bisognerà aver presente che la comunità cristiana continua a vivere nella storia e della storia continua a soffrire tutti i limiti e le ambiguità. Il nostro amore su questa terra resterà sempre peccatore, le nostre comunità imperfette. L’amore in questo mondo ha una sua fragilità e un suo limite intrinseci. E’ necessaria quindi la costanza nel percorrere gli ideali sublimi che ci vengono proposti dalle parole di Gesù.

martedì 19 aprile 2016

IL “PER TUTTI”, UNA CONSUETUDINE CHE HA FORZA DI LEGGE?


Ho partecipato al Convegno su “Diritto e norma nella liturgia”, organizzato dalla Facoltà di Diritto Canonico della Pontifica Università della Santa Croce (Roma 18-19 aprile 2016). Due giorni con un insieme di 10 interventi, alcuni di grande interesse.

Avrei molte cose da comunicare ai lettori del blog. Inizio con una questione che da tempo è parte del dibattito liturgico: le parole sul calice in cui la versione italiana (e altre versioni) dice: “…versato per voi e per tutti” (il testo latino dice “pro multis”). Il prof. Giuseppe Comotti, dell’Università di Verona, ha parlato della “Rilevanza della consuetudine in ambito cultuale”. Praticamente il giurista ha commentato i canoni 23-28 del CIC. L’intervento ha suscitato in me una domanda che ho rivolto al professore in questi termini: si può considerare una “consuetudine” con forza di legge l’uso della versione “per tutti”? Il professore non ha negato che tale uso possa essere considerato una consuetudine con forza di legge. Prima di tutto, non è contraria al diritto divino (can. 24); poi è stata osservata da una comunità capace di ricevere una legge (can. 25); e ciò è stato fatto legittimamente per più di trenta anni completi (can. 26); si potrebbe dire anche che è una consuetudini che in fondo è ottima interprete del senso del testo latino, dato che il “pro multis” non nega che Cristo abbia effuso il sangue per tutti (can. 27).

m. a.

domenica 17 aprile 2016

LA MISERICORDIA COME FORMA ECCLESIALE


 
Nell’Anno santo della Misericordia, Stella Morra ci offre un volumetto molto originale e interessante (Dio non si stanca. La misericordia come forma ecclesiale, EDB 2015). L’Autrice, nel solco del magistero di papa Francesco, intende mostrare come la misericordia sia una categoria profondamente significativa, una categoria che impone ripensamenti strutturali oltre che personali e che può essere la linea guida della riforma ecclesiale e della vita cristiana che molti si augurano.

Trascorso mezzo secolo dal Vaticano II, non abbiamo trovato ancora la “forma” che ci permetta di avanzare più liberamente e speditamente. La Chiesa è abitata da una forma, certamente venerabile, ma non più adatta alla congiuntura presente. La si può chiamare “gregoriana”, se si riferisce a papa Gregorio VII che l’ha messa in moto nell’XI secolo; “scolastica” se la si considera contemporanea all’Europa delle cattedrali; “tridentina” se si pensa alla maniera in cui il concilio tridentino è stato applicato nella Chiesa dell’Occidente moderno; “romana”, se si considera la determinazione dei papi contemporanei nel definirla e mantenerla, soprattutto i papi Pio (IX, X, XI, XII). Oggi si tratterebbe di “ag-giornare”, dare alla luce una forma nuova. Papa Francesco è riuscito a usare una sola parola per dare una forma nuova: la categoria della “misericordia” può essere la nuova cornice per ripensare una forma cristiana radicale.

Il Vaticano II ha affrontato la questione della “forma” e ha provato a introdurre un’altra categoria generatrice. L’ha chiamata “storia della salvezza” e ha provato a farla funzionare. Il quadro costruito da Tommaso d’Aquino non riesce a sopportare una categoria che negli ultimi anni l’aveva fatta progressivamente da padrona: la categoria della storia. Tra il XIX e l’inizio del XX secolo, quasi ogni aspetto della vita si pensa come un cambiamento, un processo, un movimento. Predomina quindi l’idea di progresso. Questa sensibilità va a cozzare clamorosamente contro la forma del cristianesimo basata, a causa della mediazione aristotelica, sul principio esattamente contrario. Anche oggi quando si parla di “riforma”, la si pensa anzitutto come ritorno alla forma originaria, e non come progresso. Giovanni XXIII invece nel discorso di apertura del Vaticano II, parla di “aggiornamento” e non di “riforma”. Non si tratta di cercare la forma delle origini (cosa però che non va esclusa) quanto piuttosto di essere all’altezza del giorno che viene.

La Morra, nel proporre la misericordia come linea guida della riforma ecclesiale e della vita cristiana in genere, non dà una definizione di cosa essa intende per misericordia, ma ne analizza sette operazioni, di cui do solo l’elenco: ha un suo oggetto fuori di sé; è un bidirezionale perfetto; ha un carattere processuale interno; ha un spiccato valore pratico; è una categoria inclusiva; non è propria di un’appartenenza; in essa azione ed emozione producono pensiero.

Assumere una categoria generatrice diversa di quella a cui siamo abituati comporta ripensare il tutto alla luce di questa. Un lavoro immenso ma affascinante.

m.a.

sabato 16 aprile 2016

DOMENICA IV DI PASQUA (C) –17 Aprile 2016


 At 13,14.43-52: La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

Sal 99 (100): Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Ap 7,9.14b-17: Una moltitudine immensa che nessuno poteva contare.

Gv 10,27-30: Le mie pecore ascoltano la mia voce.

 
Nel brano evangelico, Gesù si presenta come il vero pastore dell’umanità, che stabilisce uno stretto rapporto di conoscenza  o esperienza, di unione e intimità con l’uomo, lo guida e lo conduce alla vita eterna. La seconda lettura ci riporta alla fase finale del regno, a quella celeste, quando il gregge di Cristo avrà già raggiunto i pascoli eterni e sarà una moltitudine immensa, che nessuno può contare; l’Agnello immolato e vittorioso sarà il loro pastore e tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Nel frattempo la Chiesa, seguendo l’esempio degli apostoli (cf. prima lettura), continua ad annunciare a tutte le genti “sino all’estremità della terra” la salvezza in Cristo.  
 
Per meglio capire le parole di Gesù che si presenta come buon pastore, bisogna tener conto del contesto più generale in cui egli ha fatto questa affermazione. Con l’immagine del buon pastore, Gesù intende rispondere in qualche modo a coloro che gli chiedono insistentemente se sia lui il Messia. Per i suoi interlocutori il Messia era considerato perlopiù una sorta di figura politica, un personaggio di potere. Il Signore invece scegliendo l’immagine del buon pastore rivela in quale altro modo inatteso egli sia il Messia. Egli non avanza pretesa alcuna di dominio sull’uomo, ma solo una proposta di amore e di servizio che arriva fino al dono della vita.
 
La domenica del buon pastore ci riporta ai pastori della Chiesa. Il Signore chiama, ha bisogno di uomini e donne che si dedichino in modo particolare all’annuncio del vangelo radunando la comunità attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia e donando a piene mani il perdono e la tenerezza di Dio.
 

venerdì 15 aprile 2016

ALLA SCOPERTA DI "AMORIS LAETITIA": COME CAMBIA LA PASTORALE E IL DIRITTO CANONICO

di ANDREA GRILLO

Una singolare ed efficace intuizione teologica alimenta la impostazione di AL: attraverso una accurata riflessione sulla delicatezza del rapporto tra “legge generale” e “caso particolare”, si riscopre la centralità del “discernimento”, che richiede l’arte…


http://www.cittadellaeditrice.com/munera/alla-scoperta-di-amoris-laetitia-2-come-cambia-la-pastorale-e-il-diritto-canonico/

mercoledì 13 aprile 2016

DIRITTO E NORMA NELLA LITURGIA



PONTIFICA UNIVERSITÀ DELLA SANTA CROCE

CONVEGNO SU “DIRITTO E NORMA NELLA LITURGIA”

18-19 Aprile 2016

 
Dimensione sociale della liturgia (Prof. Jaume González Padrós)

L’intrinseca giuridicità del culto ecclesiale (Prof. Carlos José Errázuriz)

Giuridismo e antigiuridismo nell’interpretazione e recezione del Vaticano II (Prof. Javier Otaduy)

Autorità ecclesiastica e diritti dei fedeli nella liturgia (Prof. Massimo del Pozzo)

Il diritto al rito liturgico (Prof.ssa Astrid Kaptijn)

Origine storica della regolamentazione della liturgia (Prof. Manuel Nin)

Il sistema normativo liturgico. Teologia e natura dei provvedimenti regolativi del culto (Prof. Eduardo Baura)

Universale e particolare nella normativa liturgica (Prof. Antonio S. Sánchez-Gil)

La comunità locale e l’inculturazione della “Lex orandi” (Prof. Randifer Boquiren)

La rilevanza della consuetudine in ambito cultuale (Prof. Giuseppe Comotti)



Informazioni e iscrizioni on-line:

http://www.pusc.it/can/conv2016

lunedì 11 aprile 2016

LA COMUNIONE AL CALICE


 
Il Tempo di Pasqua è quello tradizionale per la prima Comunione o partecipazione all'Eucaristia dei ragazzi/e. Sarebbe da desiderare che questo primo incontro con il Signore nell'Eucaristia fosse celebrato adoperando il rito nella sua pienezza simbolica: pane e vino.

Il 7 marzo 1965 con un unico Decreto della S. Congregazione dei Riti venne pubblicato il nuovo rito della concelebrazione e della comunione sotto le due specie. Per il Rito romano si trattava di una novità dopo una lunga storia non esente da aspetti polemici.

 
Cenni storici. In ossequio alle parole di Gesù, che dice: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita” (Gv 6,53) , la comunione sotto le due specie è stata in uso costantemente fino ai nostri giorni nei riti orientali non latinizzati. In Occidente invece tale pratica ha avuto una storia travagliata. Nei primi secoli della Chiesa, l’uso della comunione sotto le due specie è stato universalmente praticato, ed era ritenuta addirittura parte essenziale della celebrazione; il fatto di astenersi dal calice, pertanto, era riprovato come un attentato all’unicità del mistero eucaristico. Papa Gelasio I (+ 496) si esprime in questi termini: “Sappiamo che alcuni, ricevuta soltanto la porzione del sacro corpo, si astengono dal sangue consacrato, guidati senza dubbio da chi sa quale superstizione. Costoro o ricevano per intero i sacramenti o se ne astengano per intero; la divisione di un solo ed identico mistero non può farsi senza grande sacrilegio” [1]. 

 
Nella seconda parte del secolo XII comincia a prevalere la comunione sotto la sola specie del pane. Le cause di questo cambiamento furono molteplici, alcune d’ordine pratico, altre d’ordine teologico. Tra i motivi d’ordine pratico, ricordiamo: le preoccupazioni igieniche, le difficoltà create dalle grandi assemblee, la prolissità del rito, ecc. Furono però i motivi d’ordine teologico quelli principali e decisivi: la teologia della presenza reale conobbe in questo periodo un grande sviluppo. Ciò produsse, tra altre conseguenze, un maggior rispetto verso il Ss.mo Sacramento che si concretizzò, per quello che riguarda il nostro tema, in una maggior attenzione ai pericoli di irriverenza e di versamento del vino consacrato che comporta la comunione al calice. Nel secolo XIII san Tommaso giustificherà in modo chiaro e definitivo la prassi di comunicarsi col solo pane con la cosiddetta legge della “concomitanza”, per cui il corpo e il sangue di Cristo sono veramente contenuti nella loro integrità sia sotto la specie del pane che sotto quella del vino [2]. Notiamo però che la comunione sotto le due specie perdurerà qui e là fino agli inizi del secolo XV.

 
Prima gli Orientali e poi alcune sette dell’Occidente attaccarono violentemente il nuovo uso di comunicare sotto la sola specie del pane, considerandolo contrario al Vangelo e alla tradizione ecclesiastica. Questo atteggiamento di contestazione, non soltanto disciplinare ma anche dottrinale, provocò l’intervento di due concili ecumenici: il concilio di Costanza, nella sessione XIII del 15 giugno 1415, proibì ai sacerdoti, sotto pena di scomunica, di dare ai fedeli la comunione sotto le due specie, uso che era stato reintrodotto recentemente tra i Boemi da Giacomo de Misa: “… i laici ricevano solo la specie del pane, rimanendo fermissima verità di fede, di cui non si deve dubitare, che il corpo e il sangue di Cristo sono veramente contenuti nella loro integrità sia sotto la specie del pane che sotto quella del vino” [3]. Più tardi, il concilio di Trento, nella sessione XXI del 16 luglio 1562, ribadisce i principi dottrinali che regolano la questione e, per quanto riguarda il problema disciplinare della concessione o meno della comunione al calice, lo lascia alla prudenza del Papa, il quale di fatto non lo concesse. Notiamo che Trento, oltre a citare il testo di Gv 6,53, da noi sopra ricordato, cita anche, tra altri testi,  Gv 6,51: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno…” [4].

 
La decisione del concilio Vaticano II e il suo significato. La Costituzione sulla sacra liturgia del Vaticano II afferma al n. 55: “… Fermi restando i principi dogmatici stabiliti dal concilio di Trento, la comunione sotto le due specie si può concedere sia ai chierici e religiosi sia ai laici, in casi da determinarsi dalla sede apostolica e secondo il giudizio del vescovo, come agli ordinati nella messa della loro sacra ordinazione, ai professi nella messa della loro professione religiosa, ai neofiti nella messa che segue il battesimo”.

 
Se il Vaticano II non fa riferimento ai valori teologici specifici della comunione sotto le due specie, i documenti posteriori al concilio hanno riempito questo vuoto. Così, l’ultimo di questi documenti in ordine di tempo, le Premesse al Messale Romano, nella sua ultima edizione dell’anno 2000, riassumono questa teologica al n. 281 (n. 240 delle edizioni anteriori): “La santa comunione esprime con maggior pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico, e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel Sangue del Signore, ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del Padre”.

 
In primo luogo, quindi, nella comunione sotto le due specie vi è una maggiore autenticità e forza espressiva immediata del segno eucaristico come banchetto, cioè una maggior perfezione del segno. Non basta accontentarsi di un segno ‘valido’. E’ un postulato teologico e un’esigenza pastorale tendere verso la pienezza di manifestazione e di comprensione del segno sacramentale.

 
Il rito sacramentale, poi, acquista nella comunione sotto le due specie la struttura originale con la quale Cristo l’ha istituito. Ma non si tratta semplicemente di una fedeltà materiale alla istituzione del segno sacramentale; con la comunione sotto le due specie abbiamo la possibilità di mettere in evidenza una serie di valori biblici e teologici che illuminano il mistero eucaristico: l’eucaristia è un banchetto sacrificale (cf. 1Cor 10,16-22), in relazione con la tematica storico-simbolica dei banchetti biblici: la storia della salvezza è inquadrata dai due grandi banchetti iniziali dell’antica alleanza (pasqua e sacrificio del Sinai) e dal banchetto della nuova alleanza,  tutti orientati verso il banchetto escatologico della fine dei tempi. Il vino esprime il carattere festivo del banchetto biblico (cf. Sal 23,5; 104,15; Gdc 9,13; Pr 9,2). Il bere al calice del vino nella cena di Cristo rievoca inoltre la dimensione escatologica di questo calice (cf. Mt 26,27-29; Lc 22,17-18): il prossimo banchetto nel quale Cristo prenderà parte con i suoi discepoli sarà il banchetto escatologico che la cena anticipa. Infine il calice allude alla nuova ed eterna alleanza tra Dio e gli uomini, sigillata nel sangue di Cristo (cf. Eb 9,15-22).

 
La normativa che regola la comunione sotto le due specie è competenza del vescovo diocesano, il quale ha facoltà di permettere la comunione sotto le due specie addirittura sempre che ciò sembri opportuno al sacerdote celebrante; così il n. 283 delle Premesse all’ultima edizione del Messale Romano. Si tratta di un notevole ampliamento della normativa anteriore. Il modo previsto di assumere il vino consacrato può essere quello di bere direttamente al calice o anche per intenzione bagnando il pane nel vino del calice. La comunione con la cannuccia o il cucchiaino, modo adoperato in Oriente, non è entrato nell’uso delle nostre regioni.  

                                                                                               




 [1] Gelasio I, Majorico et Joanni episcopis: PL 59, 141.

 [2] Cf. Tommaso d’Aquino, Somma Teologica III, q. 76, a. 2.

 [3] Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Edizioni Dehoniane, Bologna 1991, p. 419.

 [4] Ibid., p. 726.

domenica 10 aprile 2016

IV DOMENICA DI PASQUA (C) – CANTI DELLA MESSA


 
Antifona di introito: Dalla bontà del Signore

Ritornello del salmo responsoriale: Noi siamo suo popolo

Antifona di comunione: Io sono il buon pastore

 

Troverete la musica nel blog del Maestro Aurelio Porfiri:
 

sabato 9 aprile 2016

DOMENICA III DI PASQUA (C) – 10 Aprile 2016


At 5,27b-32.40b-41: Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù
Sal 29 (30): Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato

Ap 5,11-14: L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza…

Gv 21,1-19: E’ il Signore!
       
Il salmo responsoriale è un canto di gioia di colui che ha provato il sapore amaro del dolore e della morte e ora si sente sollevato dalla forza liberatrice di Dio che salva.
Per cogliere in modo unitario il messaggio delle tre letture odierne, si può partire dal vangelo, dove vediamo che Pietro, riabilitato e confortato dalla presenza e dalle parole del Risorto, riscopre la sua vocazione di “pastore”. Il brano degli Atti ci racconta come gli apostoli ritornano a predicare con gioia Cristo risorto nonostante gli insuccessi e le ripetute proibizioni del Sinedrio. Finalmente il brano dell’Apocalisse ci rassicura che Cristo ha riportato la vittoria sulla morte ed ora riceve la lode di tutte le creature.
 
Testimoniare Cristo risorto è compito della Chiesa nel suo insieme, di tutti i cristiani. Ma per testimoniare Cristo è necessario fare anzitutto esperienza di lui, percepire la sua presenza, e incontrarlo nella nostra vita. Notiamo che gli apostoli incontrano il Signore risorto mentre sono al lavoro ed è qui che vengono richiamati al loro impegno di testimoniare dinanzi agli uomini il vangelo di Gesù. La testimonianza e l’esperienza del Cristo si collocano quindi all’interno della vita quotidiana, familiare e di lavoro.

venerdì 8 aprile 2016

LA MERAVIGLIOSA COMPLICATEZZA DEL BENE POSSIBILE E LA "DOLCE LUNGHEZZA" DI AMORIS LAETITIA

di ANDREA GRILLO

Nella Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” leggiamo l’inizio autorevole di uno sguardo diverso sulle forme dell’amore umano. La “dolce lunghezza” di un documento che apre un’epoca nuova, alla luce della Parola di Dio e della... altro »

“AMORIS LAETITIA”. UNA PRIMA REAZIONE


 
Questo post non è propriamente un commento all’Esortazione Amoris laetitia. E’ una prima e breve reazione dopo aver ascoltato gli interventi nella Sala Stampa della Santa Sede in cui è stato presentata l’Esortazione oggi dalle ore 11.30 alle ore 13.00. Ho apprezzato  soprattutto il lungo intervento del card. Christoph Schönborn.

L’Esortazione AL è giustamente chiamata postsinodale perché è in continuità di stile e di contenuto con il Sinodo sulla famiglia nelle sue due tappe celebrate negli anni  2014 e 2015. La Relatio finalis del Sinodo è citata ben 84 volte.

Tra i punti salienti del documento, cito: lo sguardo positivo sulla famiglia; la sollecitudine per le diverse situazioni in cui essa si trova; il grande rilievo dato alla preparazione al matrimonio; il valore che può rappresentare in certi casi il matrimonio civile come inizio di un cammino verso il matrimonio sacramentale; il principio della gradualità nell’accompagnamento delle famiglie in difficoltà…

Catalogare le famiglie in “regolari” e “irregolari” è uno schema troppo semplice che non fa giustizia alle numerose e diverse situazioni. Il Papa parla di tutte le diverse situazioni senza catalogarle. Ciò non impedisce di presentare l’ideale cristiano di famiglia in tutto il suo splendore.

Il principio pastorale di discernere e accompagnare, presente già nei documenti sinodali, non vale solo per i matrimoni e famiglie così detti irregolari, ma va applicato a tutte le  famiglie perché tutte sono in cammino verso più alti traguardi.

Bisogna fare un doveroso atto di autocritica. Non di rado si è presentato un ideale di matrimonio e di famiglia troppo astratto, che ha contribuito a creare le situazioni che oggi lamentiamo. Bisognerebbe invece saper esporre le ragioni e le motivazione che fanno amare il matrimonio e la famiglia cristiana.

Seguendo le orme del Sinodo, AL dà somma importanza alla formazione al matrimonio, da continuare magari anche dopo la celebrazione del sacramento.

Nella pastorale famigliare bisogna evitare i due estremi del rigorismo e del lassismo. Occorre invece formare la coscienza, non sostituirla. Avere più fiducia nella coscienza dei fedeli.

Una delle chiavi di lettura del documento è l’importanza data al discernimento personale, necessario per attuare poi in seguito un discernimento pastorale.

Il cap. 4 di AL è un bellissimo inno all’amore nel matrimonio, in cui il Papa fa un commento al cosiddetto inno alla carità di san Paolo (1 Cor 13,4-7). E' un capitolo che possiamo chiamare originale in rapporto ai documenti sinodali.

Il cap. 8 di AL parla delle ferite dell’amore in seno al matrimonio e alla famiglia. Il titolo del capitolo indica in poche parole la terapia pastorale da seguire: “accompagnare, discernere e integrare la fragilità”. Per quanto riguarda i divorziati risposati civilmente, è fondamentale quanto si afferma al n. 300. La varietà delle situazioni concrete sono tante… E’ comprensibile quindi che non si debba aspettare da AL una nuova normativa generale di tipo canonico. Il documento ripete praticamente quanto affermava la Relatio finalis del Sinodo nei numeri 84, 85 e 86. Si tratta di accompagnare, discernere e integrare. La domanda che molti si faranno è se l’integrazione può arrivare in certi casi all’ammissione dei divorziati risposati alla comunione eucaristica. Al riguardo occorre leggere attentamente quanto si dice sulle “norme e il discernimento” al n. 305, nota 351: “In certi casi [l’aiuto della Chiesa] potrebbe  essere anche l’aiuto dei sacramenti…”

martedì 5 aprile 2016

IDENTIKIT DELLA VI ISTRUZIONE (/10): COME DIRE COSE ANTICHE IN MODO NUOVO

di ANDREA GRILLO

L’onore che la Chiesa rende alla lingua latina non deve mai essere idealizzato. Ogni idealizzazione nasconde sempre una aggressione. Spesso noi idealizziamo il latino perché non sopportiamo che la vita di fede e la... altro »

domenica 3 aprile 2016

CAMERON FA GLI AUGURI PASQUALI


video

III DOMENICA DI PASQUA (C) - CANTI DELLA MESSA


 

Antifona di introito: Acclamate

Ritornello del salmo responsoriale: Ti esalterò

Antifona di comunione: Simone, figlio di

 

Troverete la musica nel blog del Maestro Aurelio Porfiri:

http://ilnaufrago.com/

 

sabato 2 aprile 2016

DOMENICA II DI PASQUA (C) – 3 Aprile 2016


At 5,12-16: Sempre venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne
Sal 117 118: Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre

Ap 1,9-11a.12-13.17-19: Ero morto, ma ora vivo per sempre
Gv 20,19-31: Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

La risurrezione di Cristo è il sigillo e la prova che Dio è fedele alle sue promesse e che il suo amore è per sempre, senza ripensamenti.
Il contenuto delle tre letture di questa domenica può essere considerato da diverse prospettive, ma tutte e tre le letture hanno al centro Gesù Cristo risorto e la fede in lui. La prima lettura ci racconta che il numero di coloro che credevano nel Signore aumentava. La seconda lettura è un brano del primo capitolo dell’Apocalisse,  dove san Giovanni narra la visione che egli ha avuto di Cristo risorto, il quale al tempo stesso che lo incoraggia a scrivere le cose che ha visto, proclama solennemente: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiave della morte e degli inferi”. Finalmente, il brano evangelico ci tramanda la toccante storia dell’atto di fede in Cristo risorto dell’apostolo san Tommaso.
 
La fede di Tommaso, come quella degli altri primi discepoli, si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto. La nostra fede si fonda sulla solida piattaforma della testimonianza storica documentata nei vangeli e si trasmette nella lunga catena dei credenti che formano la Chiesa. Ricordiamo che Gesù chiama beati coloro che crederanno per testimonianza (come noi). Anche se la nostra fede ha travagli simili a quella di Tommaso, siamo certi che anche per noi è possibile alla fine proclamare in totale limpidità la nostra fede nel Risorto.