Translate

sabato 23 settembre 2017

DOMENICA XXV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 24 Settembre 2017



Is 55, 6-9; Sal 144 (145); Fil 1,20c-24.27°; Mt 20,1-16

I motivi presenti nel Sal 144 sono quelli comuni ai salmi di lode. In esso si fondono lode, ringraziamento e fiducia nel Signore amoroso e tenero nei confronti delle sue creature. La lode diventa allora un’espressione di meraviglia, movimento interiore di riconoscenza e di ringraziamento. Il salmista si rivolge ad un Dio Signore che “è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”. Dio Padre si è reso vicino a noi soprattutto nel mistero dell’Incarnazione del suo Figlio. L’evento storico dell’Incarnazione ci permette di comprendere il mistero di Dio attraverso i tratti umani di Gesù di Nazaret. Nel volto umano di Gesù si rispecchia infatti il volto di Dio (cf. Gv 14,9-10).

Le letture bibliche di questa domenica propongono alla nostra riflessione il misterioso modo di agire di Dio nei nostri confronti. Dio non giudica gli uomini con il metro con cui noi giudichiamo sovente i nostri simili. Perché, come dice il profeta Isaia nella prima lettura, i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e le nostre vie non sono le sue vie: è un Dio che ha misericordia e perdona largamente. Questo particolar modo di agire di Dio è illustrato da Gesù nella parabola evangelica dei lavoratori della vigna, una parabola volutamente sconcertante, per indurre gli ascoltatori a rettificare eventualmente la loro idea della giustizia divina e a interrogarsi sul modo in cui comprendono e svolgono il loro servizio del Signore. Possiamo interpretare la parabola come una risposta di Gesù alla domanda che Pietro e i suoi discepoli gli hanno rivolto poco prima: “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa ne ricaveremo?” (Mt 19,27). Il proprietario della vigna ricompensa ugualmente operai che hanno compiuto lavori di diversa durata: alcuni hanno lavorato una giornata intera, altri un poco meno, altri poi un’ora sola; tutti però vengono retribuiti in modo uguale. Il particolare dell’uguaglianza di retribuzione nella parabola, mira a sottolineare che non c’è proporzione fra ciò che fa l’uomo e ciò che dona Dio. Il padrone della parabola distribuisce i salari non secondo la misura delle prestazioni degli operai, ma in vista del loro benessere e della loro gioia. Dio, infatti, non è un padrone che dà un “salario”, ma un padre che elargisce un “dono”. Dio non è un compagno d’affari, con cui possiamo contrattare la nostra salvezza. La salvezza non va barattata, ma accettata come dono. Il procedere così generoso di Dio ha come unica spiegazione la sua bontà infinita e la sua iniziativa libera e spontanea; la grandezza di Dio non si può misurare: “senza fine è la sua grandezza” (cf. salmo responsoriale).

Noi siamo inclini a definire i reciproci rapporti in base alla prestazione effettiva, parametro che inconsciamente trasferiamo alle vicende che riguardano anche i nostri rapporti con Dio. Il Signore invece agisce secondo criteri di gratuità. Davanti alla misericordia sconfinata di Dio ogni uomo si trova nella medesima posizione. La grettezza del nostro cuore fa sì che sia per noi difficile capire l’amore di un Dio sempre pronto a perdonare, sempre pronto ad accogliere chiunque apra il cuore alla sua grazia, in ogni momento. Se siamo veramente discepoli di Cristo (cf. seconda lettura), sapremo interpretare la nostra vita secondo criteri di gratuità e di donazione agli altri, i valori che nel Cristo hanno incarnato l’autentico volto del Padre.


L’Eucaristia esprime in modo sublime il mistero del donarsi gratuito di Dio a noi. Presentiamo al Signore un po’ di pane e di vino e abbiamo in dono un “cibo di vita eterna” e una “bevanda di salvezza”.

sabato 16 settembre 2017

LA MESSA DI GREGORIO MAGNO? QUELLA DI PAOLO VI LE SOMIGLIA PIÙ CHE LA MESSA DI PIO V





Una delle accuse che alcuni ambienti tradizionalisti fanno alla riforma della messa di Paolo VI è che ha distrutto la struttura della messa tradizionale che risale a san Gregorio Magno. Così si è espresso, ad esempio, Claudio Crescimanno il 05-09-2017 nella Nuova Bussola: “è vero che il messale in uso fino alla riforma postconciliare è stato codificato da san Pio V (XVI secolo), ma l’ordo, cioè la struttura e i testi, della messa tradizionale risale a san Gregorio Magno (VI secolo) tanto che essa può a giusto titolo essere chiamata anche messa gregoriana”.

Si può provare invece, con i dati storici in mano, che l’ordinario della messa  di Paolo VI somiglia più all’ordinario della messa in uso nel tempo di Gregorio Magno di quanto somigli ad esso l’ordinario della messa di Pio V.

Anche se è difficile determinare in concreto quali riforme liturgiche Gregorio Magno (590-604) abbia realizzato, alcuni dati sull’ordinario della messa nei secoli VI/VII li abbiamo. Se ci soffermiamo sul cuore della messa, la cosiddetta liturgia eucaristica, notiamo che fino al secolo VIII nell’offertorio della messa troviamo una sola orazione alla fine del rito: l’orazione super oblata, detta più tardi secreta. Nel Messale di Pio V, l’offertorio contiene numerose orazioni, 8 nell’edizione del 1962, senza contare le 4 che accompagnano l’incensazione nelle messe solenni (Suscipe, sancte Pater; Deus, qui humanae substantiae; Offerimus tibi, Domine; In spiritu humilitatis; Veni, sanctificator; Lavabo inter innocentes; Suscipe, sancta Trinitas; Orate, fratres; Secreta). Il Messale di Paolo VI conserva l’orazione In spiritu humilitatis (la più significativa del gruppo), quella del Lavabo (semplificata), l’Orate, fratres e la Super oblata (l’antica Secreta); introduce inoltre le due nuove orazioni nel momento della presentazione del pane e del vino. In conclusione, un offertorio più simile a quello di Gregorio Magno che a quello di Pio V, senza fare però una operazione archeologica, dato che sono state conservate alcune orazioni aggiunte dopo il pontificato di Gregorio.

Per quanto riguarda la preghiera eucaristica, pur introducendo nuove preghiere eucaristiche, Paolo VI ha conservato il canone romano così come è stato tramandato da Gregorio Magno e Pio V. Il Messale di Paolo VI prevede la recita della preghiera ad alta voce, come era recitato il canone al tempo di papa Gregorio. La recita silenziosa è stata introdotta in seguito col trapianto della Messa romana in terra franca. Recentemente, il card. Sarah ha proposto recitare la preghiera eucaristica sotto voce come un arricchimento del Novus Ordo (cf. blog Play Tell). Forse dovrebbe essere il Vetus Ordo ad arricchirsi con un uso che risale probabilmente ai tempi apostolici ed è stato in vigore durante il primo millennio.

È importante notare, poi, che i riti di comunione nel Messale paolino conservano le riforme introdotte da Gregorio Magno. Anticamente a Roma, come nelle altre Chiese occidentali e in gran parte di quelle orientali, il Padre nostro si recitava dopo la frazione del pane. Papa Gregorio lo trasferì al posto attuale, subito dopo il canone. La comunione sotto le due specie, reintrodotta da Paolo VI, era prassi comune in tempo di papa Gregorio. Solo alla fine del secolo XII comincia a prevalere la comunione sotto la specie del pane. Le parole con cui è distribuita la comunione nel Messale di Pio V: “Corpus Domini nostri Iesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam” sono posteriori a Gregorio Magno; secondo Jungmann, risalgono all’VIII secolo circa. Al tempo di papa Gregorio la comunione sotto la specie del pane non era ricevuta in bocca, ma sulla mano, possibilità prevista dal Messale di Paolo VI.  

Si potrebbero aggiungere altri particolari come, ad esempio, la lettura del prologo di Giovanni alla fine della messa, uso soppresso da Paolo VI; lo si trova per prima volta a metà secolo XIII nell’Ordinario dei Domenicani.

Come dice san Girolamo, “molti cadono in errore perché non conoscono la storia” (In Matthaeum I, 2,22: CCL 70,15).



M. A.

venerdì 15 settembre 2017

DOMENICA XXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 17 Settembre 2017

 

Sir 27,30-28,7; Sal 102 (103); Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Il Sal 102 è un inno pieno di affetto ed entusiasmo alla misericordia di Dio; il salmista, ricordando che ha peccato ma che è stato perdonato da Dio, alla fine della sua intensa preghiera invita tutte le creature a lodare con lui il Signore. Il “Dio è amore” della prima lettera di Giovanni (4,8) trova in questa preghiera un autentica anticipazione. L’atmosfera in cui si muove questo inno è piena di amorevolezza, serenità e luminosità. Nella liturgia della Chiesa, questo salmo è diventato un inno a Gesù Cristo; in lui si sono realizzati per noi tutti i benefici divini ricordati dal salmista. Riassume bene il tema della domenica il ritornello del salmo responsoriale: “Il Signore è buono e grande nell’amore”; parole che trovano eco nell’orazione colletta, che parla della “potenza” della misericordia di Dio.

Il brano del Siracide ci ricorda che se conserviamo nel nostro cuore rancore, non potremo ottenere il perdono di Dio. Ecco il perché del pressante invito del saggio israelita: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati”. Non possiamo chiedere ci venga applicata una logica di perdono e nello stesso tempo rifiutarci di usare questa medesima logica verso i nostri simili. Il racconto evangelico sviluppa lo stesso tema. San Pietro si rivolge a Gesù e gli domanda quante volte si deve perdonare al fratello, ci sono dei limiti?. La domanda non è oziosa. Infatti, i maestri d’Israele di quel tempo affermavano generalmente che si doveva perdonare fino a tre volte. San Pietro è più generoso, e domanda: “fino a sette volte?” Ma Gesù dimostra nella sua risposta l’infinita misericordia di Dio quando afferma con un gioco di parole: “fino a settanta volte sette”, cioè sempre. E per imprimere nella mente dei discepoli questa volontà di perdono, ecco che Gesù narra, come è sua abitudine, una significativa parabola.

Noi ci troviamo nella condizione descritta dalla seconda scena della parabola: in mezzo alla strada, di fronte ad altri servi, come noi, del padrone. Come dobbiamo comportarci? Ricordando che prima di ogni nostra scelta abbiamo ricevuto da Dio il perdono gratuito di un debito impagabile. Se questo ricordo rimarrà e sarà operante nel cuore, il nostro comportamento verso gli altri sarà necessariamente fatto di perdono e di gratuità. Se invece dimentichiamo quello che Dio ha fatto per noi, allora rientreremo nella logica della stretta parità e il rapporto con gli altri tenderà a diventare uno scambio commerciale.

Anche il breve brano della lettera ai Romani, proposto come seconda lettura, ci invita ad assumere una logica di fede nei rapporti con gli altri. Da dove viene la difficoltà per perdonare? Dal porre se stessi al centro, dal valutarsi più di quanto noi siamo. San Paolo ci ricorda che nessuno vive per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, siamo del Signore. Si tratta in entrare con chiarezza in questo modo di ragionare proprio della fede. La parola di Dio illumina la nostra fede, ci esorta a non lasciarci travolgere dai sentimenti di odio e di vendetta, ma a vincere il male con il bene.


Nell’ultima preghiera di questa santa Messa, che recitiamo dopo la comunione, ci rivolgiamo a Dio e gli chiediamo che la potenza del sacramento ricevuto “ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento ma l’azione del suo Santo Spirito”.

lunedì 11 settembre 2017

Identikit della VI Istruzione (/13): Il Motu Proprio “Magnum principium”, lo sblocco delle traduzioni e il rilancio del Vaticano II




Pubblicato il 11 settembre 2017 nel blog: Come se non

La pubblicazione del Motu Proprio “Magnum Principium”, firmato il 3 settembre e che entrerà in vigore il 1 ottobre 2017, costituisce una svolta importante nella lunga questione delle “traduzioni liturgiche”. Per comprenderne il significato occorre brevemente contestualizzarne il testo nella vicenda degli ultimi 20 anni, per poi esaminare il contenuto normativo, quello ecclesiologico e quello teologico del documento. Si tratta di un documento breve (qui il rimando al testo, corredato da una nota giuridica e da una interpretazione da parte del Segretario Mons. Roche) , ma i cui effetti sono destinati a modificare profondamente le abitudini ecclesiali, le rappresentazioni teologiche e le pratiche istituzionali. Anzitutto provo a ricostruire il contesto, nel quale il documento può assumere oggi tutta la sua importanza.
a) Le traduzioni impossibili
Il titolo e l’attacco del documento si rifanno ad un “grande principio” affermato dal Concilio Vaticano II, ossia alla “comprensione dei testi liturgici” da parte del popolo, per assicurare la partecipazione all’azione celebrativa. La storia del “grave compito” di tradurre i testi liturgici ha conosciuto diverse fasi, ma negli ultimi 30 anni aveva conosciuto, progressivamente, una sorta di paradosso: con la Istruzione “Liturgiam authenticam” (2001) si era affermato un principio di “traduzione letterale”, come garanzia della fedeltà al testo latino, che aveva reso di fatto impossibile ogni buona traduzione. Le Conferenze Episcopali si trovavano pressate da una polarità irresolubile: o obbedivano alla normativa della Istruzione, e traducevano in modo incomprensibile per il loro popolo; oppure traducevano in modo comprensibile, ma non vedevano approvate le traduzioni da parte della Congregazione. Dal 2001 il disagio era sempre più cresciuto, fino alle proteste esplicite che negli ultimi anni erano arrivate dagli episcopati tedeschi, francesi, statunitensi, canadesi, italiani… In realtà il “blocco istituzionale” dipendeva, come vedremo, da un duplice blocco teorico, che pretendeva di garantire la fedeltà secondo due principi troppo drastici: si doveva tradurre letteralmente e si doveva tradurre senza interpretare. Ma la esperienza ecclesiale, e la riflessione teologica, hanno dimostrato la illusorietà teorica e la distorsione pratica di questa pretesa.
b) La modifica del Codice
Il cuore del Motu Proprio è una modifica del Codice di Diritto Canonico, al can 838, che viene riformulato, introducendo una distinzione decisiva (cfr. Nota ufficiale  qui) . Il rapporto tra Santa Sede e Episcopati locali prima prevedeva un unico strumento di correlazione – la “recognitio”. Ora, riprendendo una distinzione non nuova, ne prevede due: accanto alla “recognitio” viene introdotta la “confirmatio”. Con la prima la Santa Sede entra direttamente nelle scelte operate dalla Conferenze Episcopali, quando riguardano l’adattamento dei testi. Con la seconda si limita ad un controllo formale, presupponendo la “fedeltà di traduzione” come garantita dalla esperienza locale degli episcopati. Questa distinzione ha immediatamente due effetti:
- ridimensiona la pretese di controllo centrale, che dal 2001 erano cresciute a dismisura, sindacando puntigliosamente e unilateralmente su ogni singola parola tradotta;
- tiene conto della esigenza di “interpretazione” per la resa del latino in una “lingua del popolo” e la affida, ordinariamente, alla competenza dei Vescovi del luogo.
Con questa articolazione tra “recognitio” e “confirmatio” non soltanto avremo uno snellimento procedurale nella approvazione delle traduzioni, ma anche il delinearsi di una teologia e di una ecclesiologia in cui la “sinodalità” e il “decentramento” diventano prassi necessaria.
c) Le parole iniziali: teologia della liturgia e ruolo degli episcopati
In effetti, pur nella sua stringatezza, il documento papale non rinuncia ad uno spazio di “argomentazione teologica” nel quale troviamo affermati almeno quattro principi che non ascoltavamo con tanta chiarezza da quasi 50 anni:
- Il “grande principio” della esigenza di comprensione della preghiera liturgica da parte del popolo.
- Il principio per cui la “parola” è mistero senza che ciò dipenda dalla “incomprensione”, ma dalla profondità inesauribile del suo significato.
- In terzo principio è la “competenza episcopale”, che viene ribadita con forza, come eredità conciliare e come esigenza intrinseca al rinnovamento della vita liturgica del popolo di Dio. La composizione tra esigenze degli Episcopati ed esigenze della Santa Sede trova, con la riforma del Codice, più facile e felice correlazione.
- Il quarto principio è una “teoria della traduzione”, bene espressa nella frase:
 fideliter communicandum est certo populo per eiusdem linguam id, quod Ecclesia alii populo per Latinam linguam communicare voluit.”
Questa formulazione mostra bene la importanza di tradurre non parola per parola, ma da cultura a cultura. Ciò che deve essere comunicato – la parola della salvezza – deve trovare espressione diversa quando entra in lingue e culture diverse. La corrispondenza tra lingue non è statica, ma dinamica. Irrigidire il “contenuto” in parole fisse conduce, irreparabilmente, a traduzioni incapaci di comunicare. La esigenza di un “glossario comune” non contraddice, ma giustifica questa scelta ordinaria.
d) Essere fedeli al testo: che cosa significa?
Una delle conseguenze di questo MP è una preziosa riflessione sul tema della “fedeltà”. Che cosa significa, infatti, essere “fedeli al testo”? Essa comporta una duplice fedeltà: non solo al testo, ma anche al destinatario. Per garantire questa duplice fedeltà, non è sufficiente una competenza centrale, ma è decisiva anche una competenza locale. La logica del MP è quella di una “riconsiderazione della periferia”: per rendere pienamente il significato di un testo liturgico, originariamente latino, dobbiamo entrare nella lingua del popolo non solo con la testa, ma anche con il corpo. Questo possono farlo non funzionari romani, ma Vescovi in loco. Una fedeltà solo letterale contraddice la complessità della struttura ecclesiale e della storia dei popoli. Il riferimento al Concilio Vaticano II è l’orizzonte in cui per essere fedeli alla tradizione occorre riconoscersi la possibilità di cambiare.
e) Tradurre è interpretare: la esigenza di competenze decentrate
Un secondo aspetto, che dobbiamo considerare nel documento, è il superamento della illusione che si possa tradurre senza interpretare. Dietro alla distinzione tra “recognitio” e “confirmatio”, sta, in fondo, la consapevolezza che non è possibile un atto di traduzione reale ed efficace, che non si cali nella particolare interpretazione che ogni lingua “diversa” offre del testo latino. Per passare dal latino alle lingue parlate occorre non semplicemente una trasposizione lessicale, ma sempre anche una interpretazione culturale, esistenziale, storica, sociale. Quella che sembra a prima vista una distinzione giuridica e fredda, permette di far entrare la freschezza e la ricchezza delle vite dentro le parole della liturgia. Le quali sanno essere fedeli al latino solo se restano fresche e vive. Una teologia della liturgia partecipata e una ecclesiologia di comunione sono il presupposto e l’effetto di questa importante riforma del codice. E la unità è garantita non dall’arretrare sul latino, ma dall’avanzare nella traduzione delle lingue del popolo.
f) Lo sblocco e il rilancio: lo spazio urgente di una VI Istruzione
Uno dei primi titoli, usciti su un grande giornale italiano, che dava notizia di questo MP, suonava così: Il Papa concede più libertà agli episcopati…” Un bravo collega teologo, il prof. Stefano Parenti, aveva subito annotato in un commento in rete: “Attenzione, qui il papa non concede, ma restituisce”. Questa osservazione è del tutto corretta e gliene sono grato. Ci sono voluti 16 anni per rendersi conto che la pretesa di controllare tutto dal centro, di trasformare le lingue vernacole in semplici strumenti del latino, era una idea unilaterale e distorta, frutto di una teoria del testo, della comunicazione, della teologia e della ecclesiologia senza veri fondamenti nella tradizione. Ora il MP ristabilisce la logica della traduzione nell’alveo della sua tradizione più sana. Sarà molto difficile sottovalutare questo passaggio. Ma ciò che qui è stato riconosciuto necessario, e che va salutato come un salutare contributo al cammino della riforma liturgica, deve essere giudicato, con altrettanta chiarezza, come insufficiente. Le due intense pagine del MP, che hanno grande efficacia sul piano procedurale, e che impostano lucidamente una rinnovata coscienza teologica ed ecclesiologia dinamica, devono ricreare le condizioni di una “comunicazione liturgica intorno al tradurre” che non può non richiedere in modo urgente una nuova istruzione. Il MP sblocca la vita della Chiesa che celebra, ma rivela anche un grande desiderio di nuove motivazioni: tale desiderio dovrà essere colmato da una Nuova Istruzione, che sappia uscire dalle secche – non solo procedurali, ma argomentative – in cui ci aveva condotto Liturgiam Authenticam. Forse la stessa commissione che ha elaborato questo “provvedimento d’urgenza” potrà occuparsi di stendere una nuova Istruzione, che consideri accuratamente, serenamente e distesamente tutto lo sviluppo della Riforma già compiuto, nonché quello ricco e fecondo che resta ancora da compiere.


sabato 9 settembre 2017

IL MOTU PROPRIO “MAGNUM PRINCIPIUM” E LE TRE FEDELTÀ DI PAPA FRANCESCO


Col motu proprio Magnum principium, datato 3 settembre 2017, papa Francesco non sconfessa l’Istruzione Liturgiam Authenticam (28.03.2001), ma, conservandone la sostanza e lo spirito, restituisce alle Conferenze episcopali un potere che appartiene loro e, in questo modo, favorisce un clima più dialogico tra le Conferenze stesse e la Sede Apostolica, clima che si era rarefatto in questi ultimi sedici anni di applicazione della suddetta Istruzione.

1. Con questo documento, papa Francesco è fedele a quanto egli stesso aveva scritto nell’Esortazione apostolica Evangelli gaudium, documento programmatico del suo pontificato, quando nel n. 32 auspica che le Conferenze episcopali siano “soggetti di attribuzioni concrete” e ricorda che “un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa”.

2. Il motu proprio è fedele anche al Vaticano II; rappresenta infatti un ritorno al dettato conciliare, che in SC 36 § 4 afferma: “La traduzione del testo latino in lingua viva, da usarsi nella liturgia, deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale”. La “confirmatio” della Sede Apostolica venne stabilita successivamente nel motu proprio Sacram Liturgiam (25.01.1964), all’articolo IX, quando afferma delle traduzioni quanto SC 36 § 3 dice sulla previa decisione circa l’uso e il modo della lingua viva.

3. Possiamo aggiungere, che questo documento è fedele anche ad una antica tradizione romana. Il documento è promulgato con data 3 settembre, in cui la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno (590-604). Questo papa inviò Agostino di Canterbury con un consistente gruppo di monaci a Britannia per evangelizzare l’Inghilterra. Ad una domanda di Agostino sui diversi modi di celebrare l’Eucaristia, papa Gregorio risponde: “Tu conosci le usanze della Chiesa di Roma, in cui sei stato educato. Io desidero però che se trovi nella Chiesa romana, in quella delle Gallie, o in qualsiasi altra, qualcosa che Dio onnipotente possa gradire di più, dopo una accurata scelta, lo porti alla Chiesa degli Inglesi…” (il testo della lettera si può trovare nel volume 371 di Sources Chrétiennes, Cerf, Paris 1991, 492-495).


Papa Francesco, sulla scia di Gregorio Magno, dà più spazio alle Chiese locali. Naturalmente, ciò comporta anche che le Conferenze episcopali  siano consapevoli delle loro responsabilità nell’approvazione della traduzione dei testi liturgici.

MATIAS AUGE

DOMENICA XXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 10 Settembre 2017

 

Ez 33,1.7-9; Sal 94 (95); Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

La prima parte del Sal 94 è un invito a lodare e rendere grazie al Signore. Nella seconda parte è Dio stesso a parlare al suo popolo evocando l’evento centrale della fede d’Israele, la sua nascita come popolo eletto nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Ebbene, in quegli inizi Israele ha sfoderato tutta la gamma delle sue ribellioni. Il nostro testo ricorda in particolare l’episodio di Massa a Meriba (cf. Es 17,1-7; Nm 20,2-13) ed esorta i figli d’Israele ad ascoltare la voce di Dio e a non indurire il cuore. Riprendendo il testo salmico, anche noi siamo esortati ad ascoltare la voce del Signore evitando che il nostro cuore si indurisca e ci renda sordi alla sua voce, al suo amore: “Ascoltate oggi la voce del Signore”. 

Nella nostra breve riflessione, partiamo dalla seconda lettura, in cui abbiamo ascoltato un pressante appello di san Paolo all’amore vicendevole, “perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Con queste parole, l’Apostolo riconduce tutti gli obblighi e tutti i rapporti con i propri simili all’amore (cf. anche 1Cor 13,1-8; Gal 5,14). Il messaggio è chiaro: alla base di ogni rapporto personale, famigliare, ecclesiale o sociale ci deve essere una logica di amore. La morale cristiana non è fondata su una serie di precetti, più o meno negativi, ma sulla responsabilità di ognuno per l’altro.

Questo amore per il prossimo si manifesta anche con la correzione fraterna. Un amore permissivo, incapace di denunciare il male che affligge i nostri fratelli, è un falso amore. Ce lo ricordano le altre due letture bibliche. Il profeta Ezechiele, viene affermato nella prima lettura, è stato costituito dal Signore “sentinella per la casa d’Israele”: egli ha il compito di denunciare la mancanza di fede del popolo, di smascherare gli ingiusti, di richiamare i peccatori perché si convertano. Se non lo facesse sarebbe corresponsabile della loro perversione. Sappiamo bene che la presenza del male non riguarda soltanto la società di altri tempi; è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Esso ci coinvolge sempre personalmente.

Il brano evangelico riprende le stesse idee della prima lettura ed espone in modo dettagliato le tappe del processo di ricupero dell’errante, l’atteggiamento di avere nei confronti del fratello che ha sbagliato. Non si tratta di norme disciplinari in senso proprio, ma di una pressante esortazione a fare tutto il possibile per riportare il colpevole sul giusto cammino. Assumendo una posizione passiva davanti agli errori del nostro prossimo noi non perseguiamo la via dell’amore, della solidarietà e della corresponsabilità. La correzione fraterna raccomandata da Gesù comporta un atteggiamento di comprensione e di coraggio al fine di consentire al fratello che è in errore di ravvedersi. Una tale correzione non ha il carattere di azione punitiva ma è volta alla conversione del fratello. Possiamo ben dire che la correzione fraterna è anzitutto un grande esercizio di amicizia e perciò suppone che si ami l’altro come un “altro me stesso” nella consapevolezza di essere assieme fragili ma anche forti, se e in quanto uniti nella carità. Il brano evangelico d’oggi riporta alla fine le parole di Gesù sull’efficacia della preghiera comune: la comunità riunita nella carità gode della presenza di Cristo e, in lui, ottiene dal Padre che progredisca la riconciliazione universale. Il Signore è presente là dove c’è un’autentica concordia nella preghiera.

La partecipazione all’eucaristia ha come frutto il rafforzamento della “fedeltà e della concordia” dei figli di Dio (cf. preghiera sulle offerte).


domenica 3 settembre 2017

TEOLOGIA NARRATIVA E LITURGIA


La cosiddetta “teologia narrativa” è un modo di comunicare il messaggio cristiano che ne pone in risalto il suo carattere storico e la sua applicazione o dimensione pratica. I racconti biblici costituiscono il punto di riferimento centrale di tutte le narrazioni cristiane. La lettura narrativa della Bibbia recupera il suo senso di storia salvifica e fornisce una forma di incontro con la Parola che ci riguarda. Il “memoriale” biblico non è solo commemorazione, ma evento salvifico permanente, perché in sé custodisce un intervento divino che è eterno e può, perciò, attraversare la tridimensionalità del tempo irradiandola.

Infatti, narrare non è solo ricordare, ma anche generare una reviviscenza. La narrazione può avere quindi una funzione creatrice, che possiamo chiamare “sacramentale”: non per nulla la messa ha nel suo cuore “la preghiera eucaristica”, che comprende la narrazione evangelica dell’ultima cena, ed è così che si attua la presenza reale di Cristo nell’assemblea liturgica sotto i segni del pane e del vino.


La teologia narrativa è un sano complemento per una lettura della fede cristiana eccessivamente concettuale o astratta. E’ un altro modo di fare teologia, che non vuole smentire il modo clasi­co: la narrazione non deve far perdere di vista altre dimensioni della teologia, in particolare la sua dimensione speculativa. 

venerdì 1 settembre 2017

DOMENICA XXII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 3 Settembre 2017

 

Ger 20,7-9; Sal 62 (63); Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Le letture bibliche della presente domenica ci orientano verso l’accettazione del misterioso cammino della croce che hanno percorso i profeti e, in particolare, Cristo stesso. Il profeta Geremia, scelto portavoce di Dio, diventa motivo di obbrobrio per i suoi a causa della parola di Dio che egli, sedotto dal suo Signore, proclama con libertà (prima lettura). Geremia, a causa della sua obbedienza alla volontà divina, è una commovente figura del Cristo, il Servo di Dio. Anche Gesù è stato fatto oggetto di malevoli sarcasmi e di dure contestazioni, ma è rimasto fedele alla sua missione “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Nel brano evangelico d’oggi, Gesù annuncia la sua passione che avrà luogo a Gerusalemme, e invita i discepoli a seguirlo e a prendere ciascuno la propria croce. Pietro, che si rifiuta di accettare un Cristo sofferente, denota l’incapacità dell’uomo a pensare secondo Dio. Prigioniero della logica umana, egli tenta di impedire che Gesù si conformi alla logica divina. Infatti, la logica di Dio è completamente diversa da quella dell’uomo. Ne è consapevole san Paolo quando nella seconda lettura ammonisce: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio”.


Le parole di Gesù ai suoi discepoli sono esigenti: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Come spiegare il paradosso della via della croce proposta da Gesù a tutti coloro che lo vogliano seguire? Dio ha scelto di salvare gli uomini non con la ostentazione della sua potenza, ma con la rivelazione del suo amore fedele, condividendo cioè da vicino la miseria dell’uomo. La via della croce percorsa da Gesù è la via dell’amore, del dono totale di sé. Quindi ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli, a tutti noi, non è una vita segnata dalla sofferenza, ma trasformata dall’amore, una vita offerta senza condizioni al Signore. Non si tratta di mortificare la vita, ma di arricchirla in modo che, rimanendo vita pienamente umana, sia guidata dalla luce della fede che è soprattutto accettazione del mistero, comunione con l’invisibile, ricerca del progetto di Dio. 

Possiamo affermare che le parole di san Paolo proposte oggi dalla liturgia sintetizzano bene questo atteggiamento: “vi esorto… a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”. Il corpo e le membra per Paolo sono l’intero essere umano nella sua dimensione storica, personale e relazionale. Egli parla quindi della donazione totale del credente, della sua persona con tutta la sua corporeità. E’ nella realtà concreta di ogni giorno e nei fatti quotidiani che si realizza questo dono di sé. E in questo modo, la nostra vita, modellandosi sull’esistenza di Gesù, diventa un vero culto gradito al Padre. Se vi è scollamento fra la condotta della vita quotidiana e il culto, la pratica religiosa scade nel formalismo e la morale si riduce a moralismo.

mercoledì 30 agosto 2017

Summus Pontifex al di là di Summorum Pontificum: le ragioni di una svolta





Pubblicato il 31 agosto 2017 nel blog: Come se non
Nel discorso tenuto per la celebrazione dei 70 anni del CAL, papa Francesco ha pronunciato parole importanti sulla tradizione liturgica cattolica e sul modo di comprenderla oggi da parte del magistero ecclesiale. Un bravo interprete americano, il gesuita John Baldovin, ha riassunto in “cinque ragioni” la rilevanza di questo discorso: (https://www.americamagazine.org/faith/2017/08/28/five-reasons-pope-francis-embraces-vatican-ii-liturgy).
Queste ragioni sono assai rilevanti e vorrei subito presentarle. Ma ancora più rilevante è, a mio avviso, la ermeneutica storica che Baldovin propone, perché in tal modo mette in chiaro che cosa è accaduto nella Chiesa cattolica negli ultimi 60 anni.
Le cinque ragioni
Il discorso di papa Francesco può dunque essere riassunto secondo Baldovin in 5 affermazioni chiave:
- primo, si ribadisce la rilevanza della partecipazione attiva, che rifiuta la riduzione dei fedeli a “estranei e muti spettatori”
- secondo, il Vaticano II ha voluto favorire la sana tradizione e il legittimo progresso
- terzo, per rispettare il Vaticano II occorre la pazienza di un lungo lavoro educativo
- quarto, la liturgia è presenza viva di Cristo, nelle diverse forme con cui il rito la realizza e che ha al centro l’altare, verso cui tutta la attenzione si dirige
- quinto, la liturgia è una azione non solo per il popolo, ma del popolo.
Queste cinque affermazioni, unite alla assunzione magisteriale della irreversibilità del Concilio Vaticano II, pongono fine alla recente oscillazione – iniziata formalmente dal 1988, ma culminata nel 2007 – tra queste linee fondamentali della Riforma liturgica, e le loro antitesi (riforma della riforma) che ora trovano fine. Ma ancor più interessante, nell’articolo di Baldovin, è la ricostruzione della storia che ha portato, finalmente, a questo pronunciamento.
 Una preziosa ermeneutica storica
 Nel suo articolo, J. Baldovin inizia da una preziosa ricostruzione storica. In sintesi egli presenta le opposizioni alla Riforma liturgica come scaturite immediatamente dopo il Concilio. Ecco le sue parole:
It is not news that the liturgy has been a contested field in Catholic life over the past few decades. Opposition to liturgical reform began even before the conclusion of the Second Vatican Council, and increased from 1964 onward, when reforms like the use of English and the practice of the priest facing the people while presiding at the Eucharist began to be implemented.
In its most extreme form this rejection of Vatican II’s reform found a base in the traditionalist movement founded by Archbishop Marcel Lefebvre, which eventually split off in schism from the Catholic Church after he ordained bishops on his own. Part of that movement remained within the church and was greatly encouraged by Pope Benedict XVI’s motu proprio “Summorum Pontificum” ten years agowhich greatly liberalized permission to celebrate the traditional Latin Mass, now called the “Extraordinary Form.”
The opposition was not limited to this extreme, however. Another group characterized as the “Reform of the Reform” advocated modifications of the post-Vatican II reforms, such as a return to one Eucharistic Prayer (Prayer I, the Roman Canon) recited in Latin and in a low voice with the priest and people facing in the same direction (ad orientem). That movement’s most notable champion was Cardinal Joseph Ratzinger, but it had supporters among at least the past four prefects of the Congregation for Divine Worship and Discipline of the Sacraments : Cardinals Jorge Arturo Medina Estévez, Francis Arinze, Antonio Cañizares and (currently) Robert Sarah. These opposition movements also found support among some younger Catholics searching for a more transcendent experience of liturgy than they customarily experienced.


Con lucidità Baldovin individua non solo le concessioni fatte ai lefebvriani con il MP Summorum Pontificum, ma anche il lavoro di opposizione alla riforma sollevato dagli ultimi 4 Prefetti della Congregazione del culto (oltre che, in modo determinante, dal Prefetto J. Ratzinger). Questa ricostruzione non solo appare del tutto corretta, ma invita anche a trarre le conseguenze ultime del ragionamento, procedendo ad un inevitabile avvicendamento del Prefetto Sarah, la cui preoccupazione dominante appare francamente incompatibile con questo disegno chiaro e determinato di ripresa del cammino della Riforma voluta dal Concilio Vaticano II, sulla quale papa Francesco ha chiesto di continuare a lavorare con coerenza e senza divagazioni o nostalgie. Con questo discorso papa Francesco, da figlio del Concilio, ha superato ogni residua esitazione: come Summus Pontifex si è posto nettamente al di là di Summorum Pontificum.

sabato 26 agosto 2017

“RIFORMA LITURGICA IRREVERSIBILE” PER CHI SUONA LA CAMPANA?





Il discorso di papa Francesco, del 24 agosto scorso, ai partecipanti al Convegno del CAL ha avuto una vasta eco nei media. La quasi totalità dei titoli hanno ripreso le parole del papa: “la riforma liturgica è irreversibile”. Parole chiare e di peso, soprattutto se lette nel contesto in cui si trovano: “… dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile”. Alla luce di queste parole, qualcuno ha interpretato il discorso come fosse il “Quo primum tempore” del Novus Ordo, alla stregua della bolla “Quo primum tempore” con cui Pio V “blindò” il suo Missale Romanum. Non credo che il Novus Ordo abbia bisogno di essere “blindato”; basta la Costituzione Apostolica “Missale Romanum” di Paolo VI e il magistero di questo papa al riguardo fino alla fine della sua vita.  

Non c’è dubbio che il discorso di Francesco è rivolto a coloro che in diversi modi parlano della “riforma della riforma (montiniana)”. Costoro intendono ripensare e rivedere la riforma di Paolo VI, giudicata non fedele al dettato della Sacrosanctum Concilium e alla tradizione del Rito romano. Papa Francesco afferma invece che “la direzione tracciata dal Concilio trovò forma, secondo il principio del rispetto della sana tradizione e del legittimo progresso (cf. SC, 23), nei libri liturgici promulgati dal Beato Paolo VI”.

Il discorso è rivolto anche alle Conferenze episcopali e ai Pastori in genere, invitati a guidare l’applicazione pratica della riforma montiniana. “Non basta riformare i libri liturgici per rinnovare la mentalità”, si richiede quindi l’educazione liturgica di Pastori e fedeli, è questa “una sfida da affrontare sempre di nuovo”. Perciò il papa invita a riscoprire “i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano”.

Alcuni hanno affermato che il grande escluso dal discorso è Benedetto XVI. Nell’excursus storico iniziale, papa Francesco cita solo Pio X che istituì una commissione per la riforma generale della liturgia; Pio XII che riprese il progetto riformatore e prese decisioni concrete al riguardo; e Paolo VI che promulgò i nuovi libri liturgici, “ben accolti dagli stessi vescovi che furono presenti al Concilio”. La scelta ha una sua logica. Sarebbe meschino  contrapporre papa Francesco a Benedetto XVI che, da Sommo Pontefice non ha parlato mai di “riforma della riforma” e nella Lettera che accompagna il motu proprio Summorum Pontificum parla del “valore e santità del nuovo rito” nonché della “ricchezza spirituale e la profondità teologica del Messale di Paolo VI”. 

Come ha scritto Cesare Giraudo in facebook, «riforma irreversibile», poiché ogni riforma liturgica ha sempre puntato in avanti (una riforma liturgica "in retromarcia" o con inversione a "U" è un controsenso). E io aggiungo, la irreversibilità della riforma di Paolo VI, come di ogni riforma, non significa che i libri liturgici montiniani rimangono “blindati” e “immutati” per sempre. La Chiesa ha sempre bisogno di purificazione (cf. LG, 8) e, in questo contesto, anche la liturgia è sottoposta ad un processo di purificazione o di riforma.


Matias Augé

DOMENICA XXI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 27 Agosto 2017

 

Is 22,19-23; Sal 137 (138); Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

L’autore del Sal 137 rende grazie a Dio al cospetto dei suoi angeli (evocati con la locuzione arcaica degli “dei”) e prostrato verso l’aula sacra del tempio, per la benevolenza e fedeltà dimostrata nel concedergli l’aiuto da lui invocato. La preghiera termina con un’espressione di fiducia e con il desiderio che il Signore non abbandoni colui che ha salvato, ma porti a compimento ciò che per lui ha benevolmente iniziato: l’amore del Signore è per sempre. Con grande umiltà e fiducia riprendiamo il Sal 137, che riecheggia il Magnificat di Maria, e innalziamo a Dio la nostra preghiera. La fede ci insegna che Dio non crea l’uomo per abbandonarlo ai bordi di una strada, ma lo segue sempre con amore paterno e premuroso, portando avanti l’iniziativa di salvezza nei suoi confronti, così come fa capire san Paolo nel brano della lettera ai Romani, proposto come. seconda lettura.

Nella prima lettura si parla di un tale Sebna, alto funzionario di corte, uomo disonesto e megalomane. Per mezzo del profeta Isaia viene esautorato da Dio e il suo posto dato ad un umile servo di nome Eliakìm, a cui viene consegnata come simbolo di autorità “la chiave della casa di Davide” e affidato il compito di essere un “padre per gli abitanti di Gerusalemme”. Questo episodio insegna che il potere è dato non per il prestigio e il tornaconto personali, ma per l’utilità comune e il servizio del popolo di Dio. Non c’è dubbio che questo brano di Isaia è stato scelto dalla liturgia odierna a motivo dell’immagine delle “chiavi”, segno di potere, per la chiara corrispondenza con le parole di Gesù a san Pietro riportate dalla lettura evangelica odierna. Gesù si rivolge a san Pietro con queste parole: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Queste parole Gesù le pronuncia dopo la professione di fede dell’Apostolo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. In forza dell’accoglienza del dono di Dio, sulla base di questa fede, Pietro è costituito fondamento, roccia della Chiesa di Gesù. Ma insieme a lui tutti i cristiani siamo “impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,5; cf. colletta alternativa).

Riprendiamo il simbolismo delle chiavi, presente anche nella prima lettura. Chi possiede la chiave di una casa o di una città ne ha la custodia e la responsabilità. Nel caso di Pietro, si tratta di poteri amministrativi e di governo sul piano spirituale. Il dono fatto al principe degli apostoli è in definitiva un dono fatto a vantaggio di ogni battezzato. La Chiesa è di Cristo (Gesù dice infatti: “edificherò la mia Chiesa”). In essa ci sono uomini e donne di poca fede che hanno sempre bisogno del perdono, dell’amore e della verità per crescere verso il Regno. Il legare e lo sciogliere della Chiesa ci rimanda in definitiva a prendere coscienza che il vero e unico “fedele” di cui ci possiamo fidare è proprio Dio, manifestato nel Figlio Gesù Cristo, e che continua ad agire nel tempo per mezzo dell’umanità di Pietro e dei suoi successori. Nella logica del brano evangelico e nel contesto della prima lettura oggi proposta, il potere conferito a Pietro non è quindi un potere di dominio, ma una investitura con cui Pietro è destinato al servizio dell’uomo in cammino verso il Regno, ad essere un “padre” per i figli di Dio. Il Signore nella sua sapienza imperscrutabile, di cui parla la seconda lettura, non ci abbandona mai. La comunità cristiana non è lasciata sola, ma è sempre vivificata dalla presenza del Cristo risorto. Egli continua ad essere presente in mezzo a noi attraverso molti modi tra cui il servizio di Pietro e dei suoi successori.


giovedì 24 agosto 2017

PAPA FRANCESCO "LA RIFORMA LITURGICA E' IRREVERSIBILE"



Udienza ai partecipanti alla 68esima Settimana Liturgica Nazionale, per i 70 anni della fondazione del CAL: «C'è da lavorare nella direzione del Concilio superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano». «La Chiesa è viva se non insegue poteri mondani»


Di SALVATORE CERNUZIO

«La riforma liturgica è irreversibile». Con sicurezza e con «l’autorità magisteriale» frutto del cammino sgorgato dal momento storico che fu il Vaticano II, Papa Francesco lo afferma nel suo discorso ai partecipanti alla 68esima Settimana Liturgica Nazionale, riuniti a Roma nella ricorrenza dei 70 anni di fondazione del Centro di Azione Liturgica

Concilio e riforma «sono due eventi direttamente legati», «non fioriti improvvisamente ma a lungo preparati», sottolinea il Papa rammentando tutte le tappe, «sostanziali e non superficiali», ripercorse in questo arco di tempo nella storia della Chiesa. A partire dalle risposte date dai suoi predecessori «ai disagi percepiti nella preghiera ecclesiale» che diedero vita al cosiddetto «movimento liturgico». «Quando si avverte un bisogno, anche se non è immediata la soluzione, c’è la necessità di mettersi in moto», dice Bergoglio.  

Ecco allora che san Pio X «dispose un riordino della musica sacra e il ripristino celebrativo della domenica, ed istituì una commissione per la riforma generale della liturgia». E Pio XII abbracciò il progetto riformatore con l’enciclica Mediator Dei, prendendo anche «decisioni concrete circa la versione del Salterio, l’attenuazione del digiuno eucaristico, l’uso della lingua viva nel Rituale, l’importante riforma della Veglia Pasquale e della Settimana Santa».  

Poi arrivò la Sacrosanctum Concilium, «buon frutto dall’albero della Chiesa» le cui linee di riforma generale «rispondevano a bisogni reali e alla concreta speranza di un rinnovamento: si desiderava una liturgia viva per una Chiesa tutta vivificata dai misteri celebrati».   

Si trattava, sottolinea Francesco richiamando le parole di Paolo VI nello spiegare i primi passi della riforma annunciata, «di esprimere in maniera rinnovata la perenne vitalità della Chiesa in preghiera, avendo premura “affinché i fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente, attivamente”».  

Proprio nei libri liturgici promulgati dal Beato Montini trovò forma la direzione tracciata dal Concilio, «secondo il principio del rispetto della sana tradizione e del legittimo progresso», che fu ben accolta dagli stessi vescovi presenti all’assise e ormai da quasi 50 anni «universalmente in uso» nel Rito Romano. Tuttavia, osserva il Pontefice, «l’applicazione pratica è ancora in atto», poiché «non basta riformare i libri liturgici per rinnovare la mentalità».  

Il processo innestato dai libri riformati dai decreti conciliare richiede ancora «tempo, ricezione fedele, obbedienza pratica, sapiente attuazione celebrativa da parte, prima, dei ministri ordinati, ma anche degli altri ministri, dei cantori e di tutti coloro che partecipano alla liturgia», spiega Francesco. «L’educazione liturgica di Pastori e fedeli» è dunque una «sfida» da affrontare «sempre di nuovo».  

Il lavoro è tanto: bisogna riscoprire «i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano», afferma il Papa. «Non si tratta - aggiunge - di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola». Perché «la riforma liturgica è irreversibile».   

Papa Francesco si sofferma quindi sul tema che ha animato i lavori del CAL, “Una Liturgia viva per una Chiesa viva”«La liturgia è “viva”», evidenzia Bergoglio, in ragione della «presenza reale del mistero di Cristo». Senza quella «non vi è nessuna vitalità liturgica». «Come senza battito cardiaco non c’è vita umana, così senza il cuore pulsante di Cristo non esiste azione liturgica».  

Tra i segni visibili di questo invisibile Mistero vi è «l’altare», segno «di Cristo pietra viva», sottolinea il Pontefice. Perciò «l’altare, centro verso cui nelle nostre chiese converge l’attenzione, viene dedicato, unto con il crisma, incensato, baciato, venerato: verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso; sopra l’altare viene posta l’offerta della Chiesa che lo Spirito consacra sacramento del sacrificio di Cristo». 

La liturgia, inoltre, aggiunge Papa Francesco, «è vita per l’intero popolo della Chiesa» perché per sua stessa natura essa è «popolare e non clericale». È, cioè, «un’azione per il popolo, ma anche del popolo», «l’azione che Dio stesso compie in favore del suo popolo, ma anche l’azione del popolo che ascolta Dio che parla e reagisce lodandolo, invocandolo, accogliendo l’inesauribile sorgente di vita e di misericordia che fluisce dai santi segni».  

Questa Chiesa orante «raccoglie tutti coloro che hanno il cuore in ascolto del Vangelo, senza scartare nessuno». Sono convocati «piccoli e grandi, ricchi e poveri, fanciulli e anziani, sani e malati, giusti e peccatori», e non vi è alcun ostacolo di «età, razza, lingua e nazione». «La portata “popolare” della liturgia ci ricorda che essa è inclusiva e non esclusiva, fautrice di comunione con tutti senza tuttavia omologare, poiché chiama ciascuno, con la sua vocazione e originalità, a contribuire nell’edificare il corpo di Cristo», annota il Papa. «L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo, il santo popolo fedele di Dio». Non va dimenticata, allora, la «pietas» di tutto il popolo di Dio espressa nella liturgia che si prolunga in «pii esercizi e devozioni» che - raccomanda il Papa - bisogna «valorizzare e incoraggiare in armonia con la liturgia». 

Non va dimenticato anche che «la liturgia è vita e non un’idea da capire»: essa «porta a vivere un’esperienza iniziatica, ossia trasformativa del modo di pensare e di comportarsi, e non ad arricchire il proprio bagaglio di idee su Dio». Le «riflessioni spirituali» sono perciò ben altra cosa: «C’è una bella differenza tra dire che esiste Dio e sentire che Dio ci ama, così come siamo, adesso e qui. Nella preghiera liturgica sperimentiamo la comunione significata non da un pensiero astratto ma da un’azione che ha per agenti Dio e noi, Cristo e la Chiesa», chiarisce Bergoglio.  

Riti e preghiere diventano pertanto «una scuola di vita cristiana» «per quello che sono e non per le spiegazioni che ne diamo». «La Chiesa - aggiunge Papa Francesco - è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri mondani che la rendono sterile».  

Il Vescovo di Roma allarga infine lo sguardo e rimarca che «la ricchezza della Chiesa in preghiera in quanto “cattolica” va oltre il Rito Romano, che, pur essendo il più esteso, non è il solo». «L’armonia delle tradizioni rituali, d’Oriente e d’Occidente, per il soffio del medesimo Spirito dà voce all’unica Chiesa orante per Cristo, con Cristo e in Cristo, a gloria del Padre e per la salvezza del mondo».  

Di qui un incoraggiamento ai responsabili del Centro di Azione Liturgica a proseguire il proprio lavoro di «servire la preghiera del popolo santo di Dio» tenendo fede all’ispirazione originale, insieme al mandato di «aiutare i ministri ordinati, come gli altri ministri, i cantori, gli artisti, i musicisti, a cooperare affinché la liturgia sia “fonte e culmine della vitalità della Chiesa”»


Fonte: http://www.lastampa.it/2017/08/24/vaticaninsider/ita/vaticano/ilpapala-riforma-liturgica-irreversibile-5fhcOykrmwpUmpz2u5bt2L/pagina.html

Il testo del discorso sull'Osservatore Romano: 
http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2017_193_2508.pdf