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venerdì 21 luglio 2017

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A )


 


Sap 12,13.16-19; Sal 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43


La preghiera è un atteggiamento del cuore che si apre al mistero di Dio. Pregare significa quindi cercare il volto di Dio. Il Sal 85 è una preghiera piana e scorrevole, calda di fede e di senso religioso, con cui il pio salmista ci conduce alla scoperta di un Dio grande e potente che compie meraviglie, ma che soprattutto è lento all’ira, pieno di amore e pronto nell’offrire il suo perdono a quanti si rivolgono a lui con cuore pentito. In questa preghiera si sente già il dialogo amoroso e confidente del Vangelo: chiedete ed otterrete. La tradizione cristiana ha interpretato questo salmo come preghiera rivolta da Cristo al Padre, sia per sé, sia per le membra di quel corpo mistico, di cui egli è il capo.
La prima lettura biblica, tratta dal libro della Sapienza, parla di un Dio che pur essendo “padrone della forza”, governa “con molta indulgenza” e concede dopo i peccati la possibilità di pentirsi. Sulla stessa linea, la parabola del grano e della zizzania (gramigna), riportata dalla lettura evangelica, ci mostra il volto di un Dio paziente, capace di aspettare, pronto a darci la possibilità di scegliere, di crescere, di maturare, e disposto sempre a perdonare. Dio rispetta la nostra libertà e i nostri ritmi. Egli non vuole dei burattini, docili strumenti senza cuore. Dio vuole l’amore della sua creatura e perciò rispetta la sua libertà. Le altre due brevi parabole del granello di senape e del lievito, riportate dalla pagina evangelica, adombrano la potenza di espansione del regno di Dio.
Siamo invitati a prendere coscienza con realismo della presenza del male nel mondo e in ognuno di noi: “Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 827). Dinanzi a questa realtà bisogna evitare due estremi: l’esserne succubi o il volerlo stroncare ad ogni costo e in tutte le sue manifestazioni. Pretendere di cancellare radicalmente tutto il male che c’è nel mondo è lo stesso che sopprimere la libertà dell’uomo con il rischio di uccidere l’uomo stesso. Certamente la libertà non equivale al diritto di fare il male, ma apre all’uomo la possibilità di orizzonti di bene. In ogni modo, Dio non vuole limitare la nostra libertà anche se alla fine del nostro pellegrinaggio chiederà conto dell’uso che ne avremo fatto. Gesù con le sue parabole ci fa capire che il regno di Dio ha un inizio (il momento in cui il seme viene seminato nel campo del cuore dell’uomo), una fine (il tempo della mietitura), separati da un tempo di crescita. Non dobbiamo quindi essere precipitosi, fare delle discriminazioni premature.
La tolleranza del padrone della messe stimola anche noi a un comportamento di comprensione. La vera forza dell’uomo non si manifesta nella vendetta, ma nel perdono. I sistemi del puritanesimo, dell’integralismo, del rigorismo e del massimalismo sono estranei allo spirito del Vangelo di Gesù. Se Dio è buono e perdona (cf. salmo responsoriale), anche noi dobbiamo avere il coraggio del perdono. Come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, nei nostri rapporti con Dio e con gli altri dobbiamo affidarci allo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Lo Spirito Santo opera in modo continuo nel nostro cuore e orienta il nostro spirito perché sappiamo crescere nella vitalità che viene dall’alto. Fonte di ogni bontà, Dio non è direttamente né indirettamente causa del male. Rispettando la libertà della sua creatura, Dio lo permette e, misteriosamente, egli sa trarre il bene anche dal male.

domenica 16 luglio 2017

ARTE E LITURGIA


Santa Maria del Mar - Barcelona

“Arte” e “liturgia” sono due parole che, nella celebrazione cultuale, costituiscono un’unica realtà. Si potrebbe quindi parlare della liturgia come un’opera d’arte. E quando parliamo di liturgia parliamo dell’ “opera di Dio” (opus Dei) celebrata dal suo popolo. La liturgia è quindi anzitutto un’opera compiuta da Dio. Perciò Benedetto XVI ha potuto affermare che “la bellezza non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 35).  Ma la liturgia è opera di Dio in favore del suo popolo, il quale “risponde a Dio con il canto e la preghiera” (Costituzione Sacrosanctum Concilium 33). Possiamo affermare che l’arte, che è bellezza, comporta armonia. In musica, armonia indica accordo di voci e di suoni. Nella celebrazione liturgica la prima armonia è quella che si stabilisce tra l’azione di Dio e la risposta dell’assemblea celebrante. La superficialità, e talvolta perfino la banalità, addirittura la negligenza di alcune celebrazioni liturgiche distruggono questa armonia e conseguentemente minimizzano la funzione principale della liturgia: introdurci con tutto il nostro essere in un mistero che ci supera totalmente.    

La liturgia adopera essenzialmente un linguaggio simbolico per introdurci in una visione più profonda delle cose e del mistero che celebriamo. “Le opere d’arte cristiana offrono al credente un tema di riflessione e un aiuto per entrare in contemplazione in una preghiera intensa, attraverso un momento di catechesi, come anche di confronto con la Storia Sacra. I capolavori ispirati dalla fede sono vere “Bibbie dei poveri”, “scale di Giacobbe” che elevano l’anima fino all’Artefice di ogni bellezza, e con Lui al mistero di Dio…”  (Documento finale dell’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, 27-28 marzo 2006).

La reazione previa e posteriore al Concilio Vaticano II alle prese con la sovrabbondanza decorativa, che ha caratterizzato gli ultimi secoli dal Rinascimento in poi, è stata una spoliazione talvolta eccessiva delle chiese esistenti e la realizzazione di chiese nuove troppo spesso assolutamente prive di qualsiasi elemento iconografico. Occorre invece avere presente che “oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra può esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e trasmissione del messaggio evangelico” (J. Ratzinger, Introduzione, in Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio, LEV – S. Paolo, Città del Vaticano – Cinisello Balsamo 2005).

M. A.

venerdì 14 luglio 2017

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO


 


Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23


Il Sal 64 celebra la potenza di Dio che visita la terra e la disseta, infonde vita e dona fecondità a tutto il creato. La vita e la benedizione diffuse da Dio nel mondo naturale sono segno della grazia e dalle benedizioni soprannaturali con le quali Dio inonda la sua Chiesa per rigenerare il deserto spirituale di questo mondo. In particolare, il Signore nella celebrazione della messa ci sazia con il “frumento” dell’Eucaristia e ci nutre con “i pascoli” della sua Parola.
Il discorso centrale delle letture bibliche odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare, parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno che ci accompagnerà anche per le due domeniche seguenti. Gesù afferma che le sorti della Parola sono anche legate alla responsabilità e collaborazione dell’uomo: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione; occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.
La seconda lettura ci ricorda che la parola di Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor 15,13-34). Con il suo corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato. Entrambi, l’uomo e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della salvezza. Avendo partecipato al travagliato destino dell’uomo, anche la creazione parteciperà alla liberazione dalla sua condizione mortale.
La parola di Dio, se accolta e custodita nel cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente nel decorso della nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme della sua Parola.

giovedì 13 luglio 2017

Pane e vino come Cristo comanda




di Riccardo Barile13-07-2017

Si sta diffondendo in questi giorni una Lettera circolare della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ai Vescovi su pane e il vino per l’Eucaristia, datata 15 giugno 2017, solennità del Ss.mo Corpo e Sangue di Cristo.

In sintesi, nelle affermazioni di fondo il documento non presenta alcuna novità, anche se il ribadire certe affermazioni è una novità nel senso che qua e là potrebbero essere disattese o in pratica o in teoria. Non è un documento sui celiaci, perché ciò che vi si dice ribadisce alla lettera documenti precedenti. La novità riguarda invece la produzione, il controllo, l’uso della materia eucaristica secondo le odierne condizioni. Poi, come spesso capita, qualcuno ha preso l’occasione per dare vita a un dibattito allargato, che sembra veramente troppo largo, cioè fuori luogo. Ma procediamo con ordine.

LE AFFERMAZIONI FONDAMENTALI

«Il pane utilizzato nella celebrazione del santo Sacrificio eucaristico deve essere azzimo, esclusivamente di frumento e preparato di recente, in modo che non ci sia alcun rischio di de-composizione. Ne consegue, dunque, che quello preparato con altra materia, anche se cereale, o quello a cui sia stata mescolata materia diversa dal frumento, in quantità tale da non potersi dire, secondo la comune estimazione, pane di frumento, non costituisce materia valida per la celebrazione del sacrificio e del sacramento eucaristico. È un grave abuso introdurre nella con-fezione del pane dell’Eucaristia altre sostanze, come frutta, zucchero o miele» (n. 48).

Lo stesso per il vino, che «deve essere naturale, del frutto della vite, genuino, non alterato, né commisto a sostanze estranee». In particolare non si ammetta «nessun pretesto a favore di altre bevande di qualsiasi genere, che non costituiscono materia valida» (n. 3).

Soprattutto l’ultima determinazione è molto di più che una norma pratica. Infatti, sulla scorta di documenti precedenti citati alla lettera, prende posizione su di una questione sollevata oggi in un contesto di multiculturalità e di globalizzazione quasi sconosciuto al contesto antico: è possibile sostituire questi alimenti “comuni” del bacino mediterraneo (pane e vino) con altri cibi “comuni” di altre culture (ad esempio il riso o la birra), dal momento che, in fondo, il segno del convito prevale sugli elementi che lo compongono? La risposta è: no, bisogna attenersi alla tradizione di Cristo e non solo non è possibile sostituire questi elementi, ma neppure è possibile alterarli più che tanto. E su tutto ciò la Chiesa ha l’autorità di stabilire che cosa si intende per pane e per vino in relazione al loro uso eucaristico.

PRECISAZIONI SU ALCUNE CASISTICHE

Nella confezione del pane e del vino eucaristici è possibile - “materia valida” - usare «organismi geneticamente modificati» (n. 5). Per il vino è possibile usare «il mosto, cioè il succo d’uva, sia fresco sia conservato sospendendone la fermentazione tramite procedure che non ne alterino la natura» (n. 4,b).

Infine per le ostie ad uso dei celiaci, queste non possono essere «completamente prive di glutine»: possono esserne solo «parzialmente prive» in modo tale che la carenza di glutine non richieda l’uso di «sostanze estranee» o di «procedimenti tali da snaturare il pane» appunto per ottenere la panificazione (n. 4,a). Stupisce un poco che non si sia suggerito l’uso pastorale di comunicarsi con il solo vino consacrato per quei casi di intolleranza totale al glutine. Evidentemente lo si può sempre fare applicando le disposizioni per la comunione al calice.

Certamente chi legge troverà questa casistica una cosa da “scribi e farisei”, ma si dà il caso che anche questa è la vita della Chiesa, abbondantemente supportata da testimonianze delle Scritture. Ad esempio Ger 18,18 dice che «la legge non verrà meno ai sacerdoti, né il consiglio ai saggi, né la parola ai profeti» e la Chiesa ha ereditato queste tre dimensioni nel suo insegnamento: non tutto e non sempre è profezia, non tutto e non sempre è parola di alta saggezza, ma qualche volta l’insegnamento è spiegazione della legge e casistica, come qui. E guai se mancasse.

LE NOVITÀ SULLA VIGILANZA DELLA PRODUZIONE DELLA MATERIA EUCARISTICA

Premesso che spetta ai Vescovi «di vigilare sulla qualità del pane e del vino destinati all’Eucaristia e, quindi, su coloro che li preparano» (n. 1), mentre un tempo alcune comunità religiose garantivano l’attendibilità del “prodotto”, oggi ciò accade sempre meno: mancano le vocazioni anche alle “suore delle ostie”! Le quali ostie, per celiaci e non, si trovano anche nei supermercati e tramite internet.

A fronte di questa nuova situazione, sta al Vescovo «informare e richiamare al rispetto assoluto delle norme i produttori di vino e di pane per l’Eucaristia» (n. 2).

Tuttavia, per evitare sovraccarichi ai singoli Vescovi e allo scopo di ottenere garanzie sufficienti, si suggerisce «che una Conferenza Episcopale possa incaricare una o più Congregazioni religiose oppure altro Ente in grado di compiere le necessarie verifiche sulla produzione, conservazione e vendita del pane e del vino per l’Eucaristia in un dato Paese e in altri Paesi in cui vengano esportati» (n. 7).

Infine - un tempo sarebbe risultato inutile precisarlo - «quanti confezionano il pane e producono il vino per la celebrazione devono nutrire la coscienza che la loro opera è orientata al Sacrificio Eucaristico e ciò domanda loro onestà, responsabilità e competenza» (n. 6).

IL CANTO DEL GRILLO

Il teologo Andrea Grillo nel suo blog “Come se non” in data 11 luglio 2017, con sensibilità diametralmente opposta alla nostra precedente e soddisfatta citazione di Ger 18,18 che giustificava la “casistica” anche nella vita della Chiesa, ha visto il documento come l’ennesima manifestazione di una “società chiusa”, preoccupata e autorizzata a produrre “certezze immediate e immediatamente applicabili”, nel nostro caso stabilire ciò che è pane e vino e ciò che non lo è, addirittura per assicurarsi una sorta di “controllo del popolo”. Ma pane e vino non sono concetti teologici e la Chiesa non ha competenza a definirli a partire dalla loro realtà naturale, in quanto c’è una componente culturale umana che sfugge. Facendo un passo in avanti in questo senso, addirittura “pane e vino portano nella eucaristia [rigorosamente con la iniziale minuscola: N.d.R.] non solo una materia fisica, ma una storia e una simbolica che deve arricchirsi delle logiche del femminile, del minorile, del folle, del carcerato, del figlio naturale e del disabile”.

Come valutare? Certo in assoluto non spetta alla Chiesa definire che cosa è pane e che cosa è vino, come non le spetta definire che cosa è plastica o alluminio, ma spetta alla Chiesa stabilire che cosa è pane e vino in relazione alla celebrazione dell’Eucaristia, in relazione a che cosa ha fatto Cristo, perché «noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16) e queste determinazioni non sono per dominare il popolo, ma al suo servizio per la salvezza.

Quanto alla storia simbolica rinchiusa nel pane: il pane spezzato e il sangue versato sono anzitutto simbolicamente orientati al sacrificio della Croce e alla alleanza eterna con il Crocifisso/Risorto, ma questo simbolismo non può essere espresso solo dal pane e dal vino: necessita delle parole esplicative di Gesù Cristo, che la Chiesa pronuncia nella preghiera eucaristica.

A sua volta anche il pane e il vino, o meglio la loro confezione, esprimono un simbolismo umano, ma nel caso dell’Eucaristia esso è legato non a una confezione qualsiasi, ma a quella confezione che la Chiesa stabilisce “valida” per obbedire al comando di Cristo. E qui bisogna precisare che compito della Chiesa non è solo e sempre assimilare e accogliere culture diverse, ma prima ancora di far entrare le culture nella sua tradizione, in questo caso a cominciare dalla confezione del pane e del vino eucaristici. Il quale simbolismo umano nella confezione del pane e del vino eucaristici oggi resta molto problematico perché bisognerebbe che ogni comunità facesse il proprio pane e il proprio vino: ma è realistico?

Quelle di Andrea Grillo sembrano dunque problematiche - in questo caso - veramente al di sopra delle righe, anche se, come annotava il card. Pericle Felici nel suo Diario del Concilio, si tratta di un «fiorire di cervelli» al quale i superiori (leggi: Paolo VI) dovrebbero guardare con imparzialità; e invece «talora ne sentono il fascino» (21 giugno 1964, p. 399). Come allora, forse così e di più oggi.


Fonte: La Bussola Quotidiana

P.S.- Due persone che apprezzo e considero amiche si esprimono in modo diverso sullo stesso argomento. Le due meritano la mia attenzione. M. A. 

martedì 11 luglio 2017

OLTRE LA LETTERA SUL PANE E IL VINO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO



Propongo ai lettori del blog uno dei post che il Prof. Andrea Grillo ha dedicato nel suo blog alla pubblicazione della Lettera circolare ai Vescovi sul pane e il vino per l’Eucaristia (15 giugno 2017). Anche se la Congregazione per il culto divino non ha preteso altro che ricordare la normativa attuale sull’argomento, il documento può suscitare una serie di reazioni che vanno oltre e al di là del documento stesso, ma che ci fanno riflettere su problematiche che la Chiesa dovrebbe in qualche modo affrontare.     

 

Le sfortune dei celiaci, la definizione del pane e la societas perfecta



Pubblicato il 11 luglio 2017 nel blog: Come se non

Le reazioni alla lettera che la Congregazione per il culto divino ha scritto il 15 giugno a proposito del pane e vino eucaristici rivelano alcune cose importanti, su cui è bene riflettere con cura. E voglio cominciare con una considerazione che riguarda una condizione – quella dei celiaci – che la lettera considera solo indirettamente, ossia nel definire “materia valida” per l’eucaristia quel pane che contenga almeno un certo livello di “glutine”. I soggetti non sono considerati, se non indirettamente, secondo la “definizione della materia”. Questo stile è classico per il magistero ecclesiale. Esso era maturato nello schema della società chiusa, che aveva bisogno di certezze immediate e immediatamente applicabili. Una definizione netta di “pane” permetteva di separare drasticamente due campi, senza mediazioni, che distinguono tra “materia valida” e “materia invalida”. Questo riduce le variabili, semplifica le articolazioni pastorali, assicura il controllo del popolo. Questa impostazione, se non viene oggi calibrata sulla “società aperta”, produce continue ingiustizie e perde preziose occasioni di riconoscimento. Proviamo a capire perché.
Pane e vino non sono concetti teologici
Una cosa è evidente, nella tradizione cristiana. Che la teologia del corpo e sangue di Cristo viene mediata dal pane e dal vino dati, offerti, ricevuti, mangiati e bevuti, assunti e assimilati. Ma la competenza della Chiesa e del teologo non copre tutta la realtà. Ciò che pane e vino sono in una data cultura non può essere definito dalla Chiesa. Essa riceve, nella cultura, la mediazione del Corpo di Cristo. La pretesa di definire teologicamente, dottrinalmente e disciplinarmente la materia contraddice con la logica complessa della rivelazione in Cristo. Nella eucaristia, come insegna Tommaso d’Aquino, il pane e il vino sono “specie inaggirabili”. Per questo la cultura umana, la storia e la simbolica dell’uomo, sono assunte nella narrazione e nel rito centrale della fede cristiana.
Il celiaco e la dottrina ecclesiale
La Chiesa si è abituata, invece, a definire anche ciò su cui non ha assoluta competenza. Non può definire in modo assoluto né il pane né il vino. Nel pane e nel vino parlano una cultura e una storia che la Chiesa riceve e non può anticipare. Ma non basta. La Chiesa dovrebbe avere imparato, dalla storia degli ultimi 200 anni, che identificare lo “status quo” con la volontà di Dio è un pericolo troppo grande. Questo è un tipico difetto della società chiusa o pre-moderna: essa può correre sempre il rischio di identificare la volontà di Dio con un mondo senza ferrovie, senza donne che praticano lo sport, senza donne giudice o senza scuole pubbliche obbligatorie. Questa tendenza si è mostrata molto forte anche nel modo di interpretare le forme di “disabilità” o di “limitazione”. Attribuire “diritti” al disabile è stata una fatica grande, che la Chiesa ha dovuto imparare dal mondo tardo-moderno. Più semplice, e più devoto appariva semplicemente accettare lo status quo.
La società chiusa non è societas perfecta
Abbiamo appreso che questa via non è né la primaria né la sola. La differenza tra società chiusa e società aperta è precisamente qui: non si accetta più la propria condizione come un “destino di discriminazione giustificata dall’alto”. Qui torna utile rileggere la Summa Theologiae di Tommaso, quando elenca uno dei “luoghi comuni” della società chiusa, che l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede considerava un testo fondamentale per la teologia del ministero ordinato, mentre si tratta soltanto della onesta fotografia della struttura ingiusta della società chiusa. Quando Tommaso elenca i “motivi di esclusione dalla ordinazione”, fa un elenco dei soggetti che non possono esercitare la autorità. Eccoli: donne, minori e incapaci, schiavi, assassini, figli naturali, disabili. Nella categorie dei disabili rientrano anche, sia pure in una forma particolare, i celiaci. Con una definizione rigida del pane, la Congregazione per il culto ha mostrato di non essere ancora uscita dalla logica di una società chiusa che non è una affatto societas perfecta. E nella quale l’essere celiaci continua a restare “causa di esclusione dalla ordinazione”.
Le diverse forme del pane, del vino e dei soggetti
Come uscire da questa condizione di minorità? Come appare evidente, dal breve ragionamento proposto, accettare che la Chiesa non abbia una autorità assoluta per definire che cosa sia pane e vino aiuterebbe a considerare con un minimo di attenzione alcune cose:
- il pane, dal punto di vista oggettivo, si dà in forme diverse secondo diverse culture. Questo non è anzitutto un pericolo, ma una ricchezza per la tradizione;
- i soggetti che si relazionano al pane lo trasformano a partire dalla loro cultura o dalla loro natura. E questo apporto non può essere né perduto né estromesso;
- pane e vino portano nella eucaristia non solo una “materia fisica”, ma una storia e una simbolica che deve arricchirsi delle logiche del femminile, del minorile, del folle, del carcerato, del figlio naturale e del disabile.

Considerare questi come titoli di merito e di privilegio,piuttosto che come titoli di minorità o di esclusione, non è forse proprio uno dei significati più alti dell’eucaristia? E chi mai dovrebbe parlare di tutto questo se non la Congregazione per il culto divino? Che invece preferisce le rigidità della società chiusa alle ricchezze della società aperta?

sabato 8 luglio 2017

IL CARD. SARAH RIPROPONE LA “RIFORMA DELLA RIFORMA”


In occasione del decimo anniversario della pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum, La Nef  (juillet-août 2017 – n. 294) ospita un lungo intervento del Card. Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino, in cui il cardinale ripropone e concretizza le sue note posizioni sulla “riforma della riforma” della liturgia della Messa paolina. Il testo ha una prima parte di carattere storico e dottrinale, che introduce ad una seconda parte propositiva.
Sarah afferma che “la liturgia è diventata un campo di battaglia, il luogo in cui si affrontano i campioni del messale preconciliare e quelli del messale riformato del 1969”. In questa situazione, scopo del suo intervento è la “riconciliazione liturgica”. Pur apprezzando l’amore per la liturgia e le ottime intenzioni del porporato, credo che il suo ragionamento non è esento di alcune ambiguità.

Sulla scia di papa Benedetto XVI, il card. Sarah rivendica la piena coerenza dell’uso della forma straordinaria della liturgia romana con le prescrizioni del Vaticano II, e si domanda: “Come si può pensare che il Concilio abbia voluto contraddire ciò che era in uso prima?” Certamente, Eminenza, “contraddire” no, ma “riformare” si; Sacrosanctum Concilium “desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia” (n. 21). E naturalmente si tratta di riformare la liturgia che era celebrata in quel momento nella Chiesa. In seguito, Sarah, a sostegno della sua tesi, sostiene che è “erroneo considerare che le due forme liturgiche esprimano due teologie opposte. La Chiesa ha una sola verità che insegna e celebra”. Anche qui, devo dire che due teologie “opposte” no, ma “diverse” certamente. Come lo stesso cardinale afferma, citando Benedetto XVI, “la storia della liturgia è fatta di crescita e di progresso”. Se si applica quindi questo principio alla riforma di Paolo VI, possiamo affermare che c’è nel Messale del 1969 una crescita e un progresso. Si noti poi che il cardinale mette sullo stesso piano “teologia” e “verità” e afferma che c’è una “sola verità”. Ma non si può dire lo stesso della teologia: una cosa è la teologia postridentina dei sacramenti e altra la teologia sacramentaria che si ispira al Vaticano II. Non si tratta di “ermeneutica della rottura”, ma della crescita e del progresso.

Qualcuno giudicherà forse irrilevanti queste mie riflessioni critiche alla prima parte del testo del card. Sarah. Credo invece che questo tipo di lettura “minimalista” fatta dal cardinale, comune negli ambienti tradizionalisti, è ambigua e strumentale, serve cioè a giustificare ed esaltare quanto Summorum pontificum ha deciso. Come è stato detto da altri, i padri del Vaticano II che hanno votato Sacrosanctum Concilium non intendevano creare due forme rituali della liturgia romana. So la risposta che alcuni daranno a questa mia osservazione: il Vaticano II non intendeva neppure fare una riforma come quella del Messale del 1970. Ma, ammesso e non concesso, che la Messa paolina sia andata oltre la lettera della Costituzione sulla liturgia, la soluzione decisa con Summorum Pontificum non solo non ha risolto il problema ma lo ha radicalizzato. Mia opinione è che dopo alcuni anni di esperienza della Messa riformata, si poteva intervenire e correggere, arricchire o cambiare alcuni elementi della Messa paolina e puntare sulla celebrazione dignitosa di essa. Ora invece tutto diventa più complesso, come prova la proposta che Sarah fa nel resto del suo scritto.

Infatti, il cardinale ha il merito di esprimere una sua proposta concreta per arrivare “ad un rito comune riformato con lo scopo di facilitare la riconciliazione all’interno della Chiesa”. In primo luogo, il cardinale si augura che si possa arrivare ad un calendario liturgico comune per le due forme del rito romano, e anche ad una “convergenza” dei lezionari. Sua Eminenza sa, meglio di me, che una commissione ad hoc ha lavorato negli anni del pontificato di papa Ratzinger senza riuscire a produrre una proposta concreta, date le difficoltà dell’operazione.

Ma la cosa più significativa è l’elenco di cambiamenti o “arricchimenti” della forma ordinaria che in seguito propone il cardinale: l’orientamento verso il Signore; la genuflessione prima della elevazione e dopo il Per ipsum; la comunione in ginocchio e sulla bocca; l’uso del latino in alcune parti della Messa “per ritrovare l’essenza profonda della liturgia”; la “preghiera silenziosa del Canone”, la cui esperienza viene esaltata; l’inserimento nella prossima edizione del Messale riformato delle preghiere al piede dell’altare della forma straordinaria in un modo semplificato e adattato, nonché le preghiere dell’offertorio della stessa forma straordinaria… Dimenticavo: viene anche proposto che, dopo la consacrazione, le dita che hanno toccato l’ostia santa, rimangano unite. Quest’ultima proposta riflette una teologia eucaristica non più proponibile.

Queste proposte vengono giustificate dal card. Sarah perché, secondo lui, la forma ordinaria ha bisogno di essere “arricchita con gli atteggiamenti sacri che caratterizzano la forma straordinaria”. Più volte abbiamo parlato in questo blog del senso del mistero o del sacro nella liturgia. Basta ricordare qui quanto ho postato qualche giorno fa di Loris della Pietra: “Di fronte agli accenti polemici di chi lamenta la sparizione di un presunto 'senso del mistero', occorre ribadire che esso non può essere confinato in una fase evolutiva del rito romano e tanto meno in quegli aspetti che tendono piuttosto a occultare che a mostrare, ma è dato e mediato dalla partecipazione alle modalità 'linguistiche' proprie del rito”.

Concludendo, cito ancora una affermazione del card. Sarah verso la fine del suo intervento: “Per alcuni, l’espressione ‘riforma della riforma’ è diventata sinonimo del dominio di un clan sull’altro”. Probabilmente questa sensazione è possibile dal momento che l’espressione in questione riguarda la riforma della forma ordinaria, dimenticando che il Vaticano II ha decretato la riforma di quello che oggi si chiama forma straordinaria del rito romano. Quindi l’espressione "riforma della riforma" diventa “buffa”. Ripeto che capisco le buone intenzioni del card. Sarah, ma credo che le sue proposte sono guidate da una visione minimalista della Sacrosanctum Concilium e difficilmente troverebbero un consenso ampio nella Chiesa. Anzi, potrebbero addirittura provocare una nuova divisione e allora ci ritroveremmo con tre forme del rito romano: l’ordinaria, la straordinaria e la “ibrida”.



Matias Augé


Il testo in inglese di questo post lo si trova in:

http://www.praytellblog.com/index.php/2017/07/08/cardinal-sarah-again-advocates-reform-of-the-reform/

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A )


 



 
Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

Il Sal 144 è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. In una esplosione di ammirazione riconoscente, l’orante scioglie un inno di lode al Signore che ha un respiro universale perché “il dominio (del Signore) si estende ad ogni generazione”. La potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso: è la potenza della debolezza (cf. 1Cor 1,25). La Chiesa usa il salmo per celebrare la gloria del Cristo e la sua bontà. La grandezza di Dio si fa umile in Cristo; questo mistero suscita nel cuore del credente l’espressione più profonda di meraviglia e di commossa gratitudine. È a questo Cristo che noi rivolgiamo la nostra lode quando diciamo: “Benedirò il tuo nome per sempre, Signore”.
 
Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide, una promessa che, a partire dal profeta Ezechiele, ha costituito una componente sempre più rilevante dell’attesa d’Israele. Le parole profetiche evocano l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione profetica, il Messia viene qui annunciato non come un potente guerriero, ma come un messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella debolezza della croce. Per questo il suo dominio potrà far presa su tutto il mondo e stabilire tra i popoli una “pace” effettiva. Nel brano evangelico, Gesù si presenta come colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle folle come  alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Il “giogo” significa un impegno che condiziona nel pensare e nell’agire. Gesù promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi  come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di quanto l’umilia, lo disonora e lo opprime.
 
La seconda lettura spiega in cosa consista seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o “vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di vita. La carne  è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. L’uomo non può pretendere di costruire la propria vita sulla sua fragilità; ha bisogno dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore, della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore. 
 
 

martedì 4 luglio 2017

“SUMMORUM PONTIFICUM” (2007-2017)




Dieci anni fa, il 7 luglio del 2007, Benedetto XVI pubblicava il Motu proprio Summorum Pontificum. Il primo articolo di questo documento recita:
«Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano».

Nella lettera ai vescovi che accompagnava la pubblicazione del Motu proprio, il Pontefice affermava, tra l’altro, che il documento intendeva «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». Quindi il Motu proprio non doveva produrre nessuna divisione, anzi doveva promuovere la riconciliazione ecclesiale. Cosa è successo in questo decennio? La lettura dei libri pubblicati dagli uni e dagli altri nel decorso di questo decennio, i diversi blog che si occupano di liturgia, alcuni convegni promossi in questi anni dimostrano che siamo lontani dall’agognata riconciliazione.

A questo proposito, posso raccontare che agli inizi della entrata in vigore del Motu proprio, mi trovavo a Buenos Aires nel Convegno annuale promosso dai liturgisti argentini. Mi è stato raccontato da uno dei liturgisti partecipanti al convegno che l’arcivescovo, il card. Bergoglio, lo aveva chiamato per incaricargli la celebrazione della Messa domenicale in una chiesetta ad un gruppo, allora di una ventina di persone, che voleva celebrare con la forma straordinaria. Il suddetto liturgista, un po’ perplesso, disse al arcivescovo che lui non era d’accordo con questi gruppi. La risposta del cardinale fu chiara: “Lo dico a lei perché se do l’incarico ad un sacerdote che è d’accordo con questi gruppi, mi divide la diocesi”.

M.  Augé

domenica 2 luglio 2017

QUOD ORE SUMPSIMUS, DOMINE, PURA MENTE CAPIAMUS


 
 

Jerônimo Pereira Silva, “Quod ore sumpsimus, domine, pura mente capiamus”. A sacramentalidade do aparato bucal na celebraçao dos sacramentos da iniciaçao cristã (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 180), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2017. 424 pp.
 
Primeira Parte: À procura da sacramentalidade . À procura de um corpo sacramentalizado.
 
Segunda Parte: O aparato bucal e os sacramentos da iniciação cristã. A sacramentalidade entre estética, poiética e espiritualidade.
 

sabato 1 luglio 2017

LA CONCELEBRAZIONE NEI GOLLEGI ROMANI



Roberto de Mattei nel suo blog Corrispondenza Romana (28.06.2017) ha pubblicato un post dal titolo: “Francesco impone la concelebrazione nei collegi romani”. Ecco il testo:
In Vaticano corre questa voce. A un collaboratore che gli ha chiesto se sia vero che esista una commissione per “reinterpretare” la Humanae vitae, papa Francesco avrebbe risposto: «Non è una commissione, è un gruppo di lavoro» Non si tratta solo di artifici linguistici per nascondere la verità, ma giochi di parole che rivelano come il culto della contraddizione sia l’essenza di questo pontificato. Mons. Gilfredo Marengo, coordinatore del “gruppo di lavoro”, riassume bene questa filosofia, quando afferma che bisogna sfuggire al «gioco polemico pillola sì – pillola no, così come a quello odierno comunione ai divorziati sì  comunione ai divorziati no» (Vaticaninsider, 23 marzo 2017).
Questa premessa è necessaria per presentare un nuovo documento confidenziale, risultato, anch’esso, di un altro “gruppo di lavoro”. E’ il working paper della Congregazione del Clero Sulla concelebrazione nei collegi sacerdotali di Roma, che circola in maniera riservata nei collegi e seminari romani. Ciò che da questo testo emerge con chiarezza è che papa Francesco vuole imporre, di fatto, se non di principio la concelebrazione eucaristica nei collegi e nei seminari romani, affermando che «la celebrazione comunitaria deve essere sempre preferita a quella individuale».
Il motivo di questa decisione emerge dal documento. Roma non è solo la sede della Cattedra di Pietro e il cuore della Cristianità, ma è anche il luogo in cui sacerdoti e seminaristi di tutto il mondo convergono per acquisire quella venerazione verso la fede, i riti e le tradizioni della Chiesa, che una volta si chiamava “spirito romano”.
La permanenza a Roma, che aiutava a sviluppare l’amore alla Tradizione della Chiesa, oggi offre l’opportunità di una “rieducazione” dottrinale e liturgica a chi vuole “riformare” la Chiesa secondo le direttive di papa Bergoglio. La vita nei collegi romani – afferma infatti il working paper – offre l’occasione «per vivere allo stesso tempo un periodo intenso di formazione permanente integrale». 
Il documento si richiama esplicitamente a un recente discorso ai sacerdoti che studiano a Roma, in cui Papa Francesco ha ricordato l’importanza ecclesiale della concelebrazione nel contesto delle comunità dei sacerdoti studenti: «Si tratta di una sfida permanente per superare l’individualismo e vivere la diversità come un dono, cercando l’unità del presbiterio, che è segno della presenza di Dio nella vita della comunità. Il presbiterio che non mantiene l’unità, di fatto, scaccia Dio dalla propria testimonianza. Non testimonia la presenza di Dio. Lo manda fuori. In tal modo, riuniti nel nome del Signore, specialmente quando celebrate l’Eucarestia, manifestate anche sacramentalmente che Lui è l’amore del vostro cuore» (Discorso del 1 aprile 2017).
Alla luce di questa dottrina, il working paper della Congregazione per il Clero, ribadisce che «è da preferire la Messa concelebrata rispetto alla celebrazione individuale» (grassetto nell’originale, anche nelle citazioni che seguono).
«Pertanto i Superiori sono vivamente invitati a incoraggiare la Concelebrazione, anche più volte al giorno, nelle grandi comunità presbiterali. Di conseguenza si possono prevedere nei Collegi varie concelebrazioni, in modo che i presbiteri residenti in essi vi possano partecipare secondo le proprie esigenze, avendo cura dì stabilire due o tre momenti lungo la giornata».
«In effetti, i rapporti quotidiani, condivisi ogni giorno e per anni nello stesso Collegio Romano, sono un’esperienza importante nella traiettoria vocazionale di ciascun sacerdote. Tramite questa mediazione, infatti, si stabiliscono vincoli di fraternità e di comunione tra presbiteri di diverse diocesi e nazioni che trovano un’espressione sacramentale nella concelebrazione eucaristica».
«Certamente, l’allontanarsi dalla propria diocesi d’incardinazione e dalla missione pastorale durante un tempo abbastanza lungo garantisce non soltanto la preparazione intellettuale, ma soprattutto offre l’occasione per vivere allo stesso tempo un periodo intenso di formazione permanente integrale. In quest’ottica la vita comune dei Collegi sacerdotali offre questa modalità della fraternità presbiterale, probabilmente nuova rispetto al passato. L’esperienza del Collegio rappresenta un’opportunità per una fruttuosa celebrazione dell’Eucaristia da parte dei sacerdoti. Pertanto, la pratica della Concelebrazione eucaristica quotidiana nei Collegi può diventare un’occasione di approfondimento della vita spirituale dei sacerdoti, con importanti frutti, come: l’espressione della comunione tra i presbiteri delle diverse Chiese particolari, che è manifestata particolarmente quando i Vescovi delle diverse diocesi presiedono la concelebrazione in occasione delle visite a Roma; l’opportunità di ascoltare l’omelia tenuta da un altro confratello; la celebrazione curata, e anche solenne, dell’Eucaristia quotidiana, l’approfondimento della devozione eucaristica che ogni  sacerdote deve coltivare, al di là della stessa celebrazione».
Tra le norme pratiche che vengono indicate, si legge: «È raccomandabile che i sacerdoti possano partecipare ordinariamente alla Concelebrazione eucaristica negli orari previsti nel Collegio, preferendo sempre la celebrazione comunitaria a quella individuale. In tal senso, i Collegi con un nutrito numero di sacerdoti ospiti potrebbero stabilire la Concelebrazione Eucaristica in 2 o 3 orari diversi della giornata, in modo da permettere a ciascuno di partecipare secondo le proprie esigenze personali, accademiche o pastorali».
«Se i sacerdoti residenti nel Collegio per circostanze particolari non possono partecipare alla Concelebrazione negli orari previsti, devono preferire sempre il celebrare insieme in un altro orario più conveniente».
La violazione del canone 902, secondo cui i sacerdoti «possono concelebrare l’Eucaristia, rimanendo tuttavia intatta per i singoli la libertà di celebrarla in modo individuale», è palese e reiterata in due passi del testo, con la conseguenza che i collegi che applicheranno alla lettera il working paper violeranno la legge universale vigente. Ma al di là delle considerazioni giuridiche, ve ne sono altre di natura teologica e spirituale.
Il 5 marzo 2012, in occasione della presentazione del libro di mons. Guillaume Derville, La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà (Wilson & Lafleur, Montréal 2012), il cardinale Antonio Cañizares, allora prefetto della Congregazione per il Culto Divino, sottolineò la necessità di “moderare” la concelebrazione, facendo proprie le parole di Benedetto XVI: «raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, n. 80).
La dottrina cattolica vede infatti nella Santa Messa il rinnovamento incruento del Sacrificio della Croce. La moltiplicazione delle Messe rende la maggior gloria a Dio ed è un immenso bene per le anime. «Se ogni Messa ha in se stessa un valore infinito – scrive il Padre Joseph de Sainte-Marie –, le disposizioni degli uomini per riceverne i frutti sono sempre imperfette e, in questo senso, limitate. Da qui l’importanza del numero delle celebrazioni delle Messe per moltiplicare i frutti della salvezza. Sostenuta da questo ragionamento teologico elementare ma sufficiente, la fecondità salvifica della moltiplicazione delle Messe è inoltre provata dalla pratica liturgica della Chiesa e dall’atteggiamento del Magistero. Di questa fecondità la Chiesa – la storia lo insegna – ha preso progressivamente coscienza nel corso dei secoli, promuovendo la pratica e poi incoraggiando ufficialmente sempre più la moltiplicazione delle Messe» (L’Eucharistie, salut du monde, Dominique Martin Morin, Parigi 1982, pp. 457-458).
Per i neo-modernisti la Messa si riduce ad un’assemblea, tanto più significativa quanto maggiore è il numero dei sacerdoti e dei fedeli che ad essa partecipano. La concelebrazione è intesa come uno strumento per far perdere lentamente al Sacerdote la coscienza del suo essere e della sua missione, che è unicamente la celebrazione del sacrificio eucaristico e la salvezza delle anime.
Ma la diminuzione delle Messe e la perdita della retta concezione della Messa è una delle principali cause della crisi religiosa del nostro tempo. Ora anche la Congregazione per il Clero, per volere di papa Bergoglio, porta il suo contributo a questo smantellamento della fede cattolica.

QUALCHE OSSERVAZIONE:
Che la celebrazione comunitaria, in particolare quella della Messa, sia da preferirsi a quella individuale, è un principio stabilito dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium n. 27.
In passato, prima del Vaticano II, nei Collegi romani dove erano numerosi i giovani sacerdoti, ogni mattina contemporaneamente ciascuno di noi celebrava in un altare, talvolta fatiscente, da solo o, i più fortunati, accompagnati da un seminarista o confratello laico. Non era uno spettacolo degno dell’Eucaristia.
La S. Congregazione dei Riti nell’Istruzione Eucharisticum Mysterium, nel n. 47, afferma che per mezzo della concelebrazione eucaristica si manifesta nel modo più opportuno “l’unità del sacrificio e del sacerdozio”; la concelebrazione inoltre “esprime e consolida i vincoli fraterni dei presbiteri”.
C’è in giro un certo individualismo, tipico del nostro tempo, che potrebbe portare a preferire la celebrazione individuale e quasi privata, anche se supportata da motivazioni di pietà e devozioni personali... 
De Mattei scrive: «Se ogni Messa ha in se stessa un valore infinito – scrive il Padre Joseph de Sainte-Marie –, le disposizioni degli uomini per riceverne i frutti sono sempre imperfette e, in questo senso, limitate. Da qui l’importanza del numero delle celebrazioni delle Messe per moltiplicare i frutti della salvezza…» Questa visione “quantitativa” delle Messe è fuorviante: nel caso della concelebrazione, nulla cambia se 10 sacerdoti celebrano individualmente o lo fanno insieme in una concelebrazione. 

Matias Augé